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Thin Lizzy – Recensione: Jailbreak

Quello che hanno significato i Thin Lizzy nella storia del rock non è facilmente quantificabile. E non intendiamo solo per importanza, influenze che hanno trasmesso o successo commerciale, che pure c’è stato, pur non per quanto avrebbero meritato. No, i Thin Lizzy sono una di quelle (poche) band che hanno superato lo status di pur eccellente gruppo hard rock, arrivando a produrre vera e propria arte. Il loro era un hard rock in cui le influenze blues, musica tradizionale irlandese, funk, folk, soul, trovavano un equilibrio e una felicità espressiva rari e preziosi. L’anima e il nerbo di questa meravigliosa esperienza artistica è stato il cantante – bassista Phil Lynott, lui, irlandese da parte di madre, guyanese da parte paterna e inglese di nascita, che però come pochi ha saputo interpretare e trasmettere l’animo irlandese, Paese dov’è considerato tuttora una delle icone nazionali. Si formano a Dublino alla fine degli anni 60, e dopo tre dischi a formazione in trio (lo straordinario batterista Brian Downey assieme a Lynott sarà l’elemento sempre presente nella band), con l’ingresso dei chitarristi Brian Robertson e Scott Gorham inizierà per loro la fase della formazione più classica. Il buon “Nightlife” e l’ottimo “Fighting” consolideranno lo stile musicale, ma il successo, arriverà in forma veramente importante col sesto lp, quel “Jailbreak” che diventerà un po’ il loro disco simbolo, non solo per la bontà complessiva del lavoro, ma soprattutto per il singolo che darà loro eterna notorietà, la celeberrima “The Boys Are Back In Town”. La scelta di recensire retrospettivamente questo disco rispetto ai tanti altri, a nostro giudizio perlomeno altrettanto buoni, è quindi dovuta a questa ragione. D’altronde un attacco come quello della title track, col suo riff spezzato, la splendida linea vocale di Lynott, con quella voce calda ed evocativa, dove in una strofa riusciva a far stare un sacco di parole riuscendo tuttavia ad essere fluente, quel travolgente break chitarristico centrale, è una delle aperture di disco più belle di sempre. “Angel From The Coast” ha un’andatura più funk rock, e l’armonizzazione delle due chitarre, anche qui presente, sarà un marchio di fabbrica della band e avrà un’influenza incalcolabile nella musica a seguire. La solarità di “Running Back” e il commovente romanticismo di “Romeo And The Lonely Girl” sono esempi della varietà stilistica nella coerenza sonora degli irlandesi. L’incalzante e virile hard rock di “Warrior”, con i bellissimi scambi solisti fra Robertson e Gorham, è senz’altro uno dei pezzi simbolo del disco, anche se discorso a sé fa l’inno “The Boys Are Back In Town”, uno di quei brani talmente perfetti da non dover togliere né aggiungere nulla. La sequenza di accordi contrappuntata dal basso, la pazzesca melodia vocale, le doppie chitarre soliste armonizzate, il botta e risposta del ritornello, sono qualcosa che appartengono a pieno titolo alla miglior storia del rock. Dopo la soffusa “Fight Or Fall”, altri due capolavori simbolo di tutta la storia della band: il primo è “Cowboy Song”, con l’inizio da ballad acustica western e la successiva esplosione delle doppie chitarre, la base hard che dà la possibilità a Lynott di essere un magnifico narratore delle sue storie, per non parlare del raffinato drumming di Downwey e l’eleganza e il gusto degli assoli di chitarra. Ma quello che è forse uno dei vertici dell’intera produzione dei Thin Lizzy è la conclusiva “Emerald”, hard rock in salsa irish folk, con una delle sequenze di accordi più belle di sempre, il tema portante strumentale che, rifacendosi al folk della propria terra, sarà determinante per dare lezione sull’uso delle due chitarre (non è un segreto che gli Iron Maiden ne faranno tesoro) e una delle più belle ed eroiche interpretazioni vocali di sempre da parte di Lynott.

T̤h̤i̤n̤ ̤L̤i̤z̤z̤y̤-̤J̤a̤i̤lbreak 1976 Full Album HQ

Dopo un capolavoro del genere, che sarà il loro maggior successo commerciale, i nostri pubblicheranno ancora molti dischi spesso memorabili, con quello spirito indomito e quell’originalissimo stile musicale che, nonostante alcuni cambi di formazione (ma Gorham resterà fino in fondo), proseguirà come meraviglioso marchio di fabbrica. Purtroppo l’abuso di stupefacenti metterà fine alla vita di Phil Lynott a soli 36 anni, e con lui finirà l’avventura della sua band, il cui nome verrà ripreso, molti anni dopo, da ex membri (Gorham in testa) per una lunga serie di concerti celebrativi fatti con grande amore e dignità. Ovviamente niente e nessuno potranno mai sostituire la statura artistica, la poesia, l’orgoglio, la fantasia e il sentimento di quel genio di Phil Lynott.

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