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Vanden Plas – Recensione: The Seraphic Clockwork

Dopo un decennio abbondante passato alla corte dell’Inside Out i Vanden Plas, da molti considerati tra i migliori esponenti europei del filone prog metal più scolastico, si accasano (stranamente vista la proposta abbastanza “robusta”) presso la nostrana Frontiers e danno vita ad un concept religioso e fantascientifico al tempo stesso intitolato “The Seraphic Clockwork” che tratta del viaggio a ritroso nel tempo da parte del protagonista, il quale scopre l’impossibilità di sfuggire al proprio destino. Purtroppo questo cambio d’etichetta è rappresentato dall’album forse meno convincente dell’intera discografia dei tedeschi in virtù di quella che a larghi tratti si rivela essere una mera riproposizione di strutture e passaggi già sentiti, in miglior guisa, nei precedenti lavori; la band di Andy Kuntz è infatti talmente incanalata in binari ben delineati e quadrati che purtroppo portano prima o poi a momenti di stallo superabili solo con svolte stilistiche repentine e marcate per non risultare noiosi e ripetitivi: purtroppo la sensazione all’ascolto di questo nuovo lavoro è assolutamente di già sentito nonostante la prova dei musicisti sia come sempre di alto livello tecnico-esecutivo.

Le sfaccettature tipiche del sound dei Vanden Plas sono assolutamente presenti ma ricordiamo con più piacere le emozioni provate con album “importanti” come l’esordio “Colour Temple” (ad oggi probabilmente ancora il loro apice creativo), il monolitico “The God Thing” o il sottovalutato “Beyond Daylight”; evidentemente non hanno avuto abbastanza influenza le esperienze teatrali avute in questi ultimi anni o il progetto Abydos perché questo CD è sì, formalmente ineccepibile, ma annoia in maniera paurosa proprio per la totale mancanza di novità ed originalità. “Sound Of Blood” è come dicevamo la solita minestra riscaldata pur ribadendo come la band di Kaiserslautern rimanga il miglior alfiere del prog metal europeo (pregi e difetti inclusi); in generale si nota una certa involuzione ed un ritorno al periodo “Far Off Grace”, per chi scrive non esattamente il loro apice compositivo. Solo carina risulta “Quicksilver” grazie al gentle touch pianistico di Günter Werno mentre senza dubbio e senza sorpresa l’apice dell’album lo raggiunge l’estesa “On My Way To Jerusalem” pur sembrando a tratti un collage di passaggi presi dai lavori precedenti. Speriamo in un ritorno ai livelli che loro competono, magari con l’iniezione di qualche azzardo in più.

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