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The Sade – Recensione: Grave

In bilico tra punk, rock, metal e un animo dark figlio dei Misfits e (soprattutto) di Glenn Danzig, i padovani The Sade tornano sul mercato discografico con “Grave”, terzo studio album della band veneta. Dopo le ottime intuizioni messe in luce dal precedente “II”, il vocalist/chitarrista Andrew Pozzy, insieme ai compagni di avventura Mark (basso) e Matt (batteria) propone con “Grave” dieci tracce senza il minimo cedimento, sano rock dalle tinte noir (ribattezzato dai nostri “damned rock”) che non farà prigionieri.

La band forse non inventa nulla ma rielabora le proprie influenze con un carattere indiscutibile, andando a pescare un po’ dal metal (Iron Maiden, Danzig), un po’ dal punk (Misfits su tutti), un po’ dalla new wave rockeggiante dei Cult e dal proto-doom sabbathiano, lasciando che uno spirito gotico aleggi sornione per tutto l’ascolto. Valore aggiunto è poi la voce di Pozzy, un crooning catacombale dove ritroviamo quei timbri morbidi ma incisivi che ricordano oltre al burbero Glenn, anche Dave Vanian, Peter Steele e Ian Curtis.

Si parte con un pezzone che ricalca una cavalcata maideniana come “Prayer”, dalla melodia facile ed efficace ma non per questo banale, anzi, siamo certi che vi ritroverete a cantarla anche dopo un solo ascolto. Un refrain arioso e un assolo trascinante arricchiscono pressochè tutti i pezzi di questo album che sarà pure disimpegnato, ma diverte e coinvolge e in tutta la sua durata.

Spazio a qualche brivido sabbathiano nell successiva “The Raven” e poi è tutto un godere con i loro inni di rock dannato, dallo speed punk di “Seek Seek Seek” alle anthemiche “Afterdeath”, con un pizzico di malinconia che non guasta, “Graveyard” e “Burnt”, che forse strizza fin troppo l’occhio a “Mother” ma chi se ne frega, è una bomba.

E quando i The Sade vogliono farci calmare un attimo, eccoli infilare una ballad acustica come “Coachman”, tutto il feeling western del country blues alla Johnny Cash interpretato da Andrew Pozzy con intensità. Ancora qualche pennellata di vintage doom in “Nictophylia” e poi il congedo di nuovo acustico di “Charlie Charlie”, outro che va a chiudere un album senza difetti dove il pezzo ficcante viene prima di tutto.

Disco dai toni crepuscolari ma terribilmente catchy, “Grave” metterà d’accordo i gentlemen del goth, i metallari duri e puri e i rockers festaioli. Mica poco!

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