The Jimi Hendrix Experience – Recensione: Electric Ladyland

Siamo seri, è pensabile che un onesto scribacchino come il sottoscritto possa recensire, magari dando un giudizio di merito, una delle più grandi opere musicali del secolo scorso? Oltretutto già analizzata nei minuti dettagli da chissà quanti articoli prima di questo, e talmente celebre da non avere certo bisogno di un ulteriore scritto su di essa? No, per carità. Quando un disco è così grande e importante sarebbe quasi ridicolo e pretestuoso fare il recensore. Quello che seguirà cercherà di essere un tributo, una testimonianza per un’opera d’arte fondamentale, sperando di esserne all’altezza.

Jimi Hendrix, dopo le prime esperienze musicali nei natii USA, viene “scoperto” da Chas Chandler (bassista degli Animals) e portato in quella Londra che, in quel periodo, era la vera fucina di talenti e innovazioni a livello mondiale. Gli vengono affiancati due musicisti inglesi, Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria, con i quali forma la sua band, gli Experience. Sarà un ciclone che sconvolgerà la pur incredibilmente creativa scena musicale inglese, dando una svolta talmente irreversibile alla musica di metà anni ‘60 con i primi due dischi (i sublimi “The Jimi Hendrix Experience” e “Axis: Bold As A Love”, entrambi del 1967) da cambiare completamente le regole di come si suona la chitarra e di approccio alla musica e al suono. Hendrix però, con il suo carattere inquieto, sempre alla ricerca di qualcosa in più, voleva fare un ulteriore salto di qualità, iniziando così la lunga e non sempre facile gestazione di quello che sarà probabilmente il suo capolavoro definitivo: “Electric Ladyland”. Inciso fra Londra e New York col supporto dei produttori Gary Kellgren ed Eddie Kramer, con una maniacale meticolosità che lo porterà alla rottura con Chandler, irritato per il dilungarsi dei tempi di registrazione, risulterà un doppio LP e uscirà nell’ottobre del 1968 per etichette diverse e con diverse copertine e scalette a seconda del paese in cui verrà pubblicato.

I brani che compongono l’opera, ben 16, meriterebbero recensioni approfondite per ognuno, ma ovviamente, per ragioni di spazio, cercheremo di darne alcune impressioni. L’apertura effettistica con registrazioni al rovescio di “And The Gods Made Love” (titolo estremamente evocativo dell’atmosfera culturale dell’epoca) introduce l’elegante e soffusa title track “Have You Ever Been (To Electric Ladyland)”, ma la prima botta arriva con la pre hard “Crosstown Traffic”, con il suo riff spezzato e la voce (e un kazoo!) che doppia la chitarra per quello che sarà uno dei suoi grandi classici. Poi arriva uno dei brani che segneranno in eterno la parabola musicale hendrixiana: il lungo blues “Voodoo Chile”, dove in quasi un quarto d’ora, Jimi e i suoi ospiti (Steve Winwood dei Traffic all’organo Hammond e Jack Casady dei Jefferson Airplane al basso) evocano realmente un rito in musica, con un’intensità, una profondità, una creatività che difficilmente può avere un corrispettivo. Da sottolineare la colossale prestazione di Winwood all’organo (chiunque suoni l’Hammond dovrebbe introiettarla), che dialoga e duetta con la Stratocaster di Hendrix in un’apoteosi sonora che raggiunge qualcosa di mistico, di miracoloso. C’è lo spazio anche per un assolo di batteria da parte di Mitchell, cambi continui d’atmosfera e un finale caotico ma organizzato che conclude la cerimonia. Nota curiosa, gli applausi in sottofondo sono fatti da amici dei musicisti invitati alle registrazioni. Sì, erano decisamente altri tempi… “Little Miss Strange”, cantata da Redding, alleggerisce le atmosfere, con il suo incedere tipicamente sixties, ma che parti di chitarra! La rilassata “Long Hot Summer Night” vede la partecipazione di Al Kooper al pianoforte, mentre “Come On (Let The Good Times Roll)”, cover del brano di Earl King, nelle mani di Hendrix diventa un tirato hard blues ricco di strepitosi interventi solistici, come solo lui sapeva fare. “Gypsy Eyes”, dedicata alla madre morta giovane, è un sunto della musica hendrixiana, e solo per il tema dell’intro suonato col wah wah merita di essere collocata nell’Olimpo. “Rainy Day, Dream Away” (ospite alla batteria Buddy Miles) con il suo inizio jazzato e il finale completamente stravolto dallo wah (ci torneremo) e ricca di ospiti è l’ennesimo esempio della versatilità del nostro, e “1983… (A Merman I Should Turn To Be)” è una sensuale ballad ricca di atmosfere psych, che si sviluppa in una lunga jam sognante (ospite Chirs Wood dei Traffic al flauto) con un assolo finale da antologia e che ha come coda “Moon, Turn The Tides… Gently Gently Away”. “Still Raining, Still Dreaming” inizia con la ripresa del finale di “Rainy Day, Dream Away”, con quello wah wah che fa letteralmente parlare la chitarra, in un uso fino ad allora addirittura inconcepibile. La chitarra lancinante e il groove sostenuto di “House Burning Down” caratterizzano un brano che finisce con la chitarra che mima il crollo d’un edificio. La chiusura del disco è affidata a due eterni capolavori; per primo troviamo la cover del brano di Bob Dylan “All Along The Watchtower”, talmente superiore all’originale (a detta dello stesso Dylan) che diventerà un brano simbolo per Hendrix, e Dylan nel riproporlo live lo arrangerà nella versione contenuta in questo disco. Poi arrivano le note col wah ad introdurre “Voodoo Child (Slight Return)” e si entra in un nuovo rito pagano travolgente, assoluto, un vortice di suoni che avvolge e fa entrare in altri mondi, dalla drammatica linea vocale agli assoli di un’espressività e intensità come pochi, dove ogni nota è un messaggio da nuove dimensioni. Uno dei punti più alti non solo della produzione di Hendrix, ma in generale, di tutta la storia del rock.

Il disco sarà un grande successo, andando al 1° posto delle classifiche americane. Aldilà di questo, “Electric Ladyland” è uno di quei lavori talmente densi di innovazioni, spunti, dettagli e sensazioni da essere difficilmente descrivibile a parole. Ogni volta che lo si ascolta è possibile trovare quel passaggio, quel suono, quella sfumatura che erano sfuggiti fino a quel momento. È scuola di grande musica per chiunque, prima di allora non si era mai ascoltato qualcosa del genere e, pietra miliare, genererà tantissima musica successiva. La storia poi è nota, Hendrix lascerà gli Experience per formare la Band Of Gypsys, e poi nuove formazioni ancora, parteciperà ai grandi festival dell’epoca (la sua performance a Woodstock è storia), fonderà a New York gli Electric Lady Studios (studio di registrazione tutt’ora attivo), suonerà tantissimo, parteciperà al festival dell’Isola di Wight e da lì a un mese verrà trovato morto a Londra a causa di sostanze assunte, a soli 27 anni. Tutto questo nel pochissimo tempo passato su questo mondo. Jimi Hendrix è stato, oltre che uno dei più grandi musicisti del ‘900, una di quelle figure che nel corso di un secolo raramente appaiono. Il suo apporto musicale ha cambiato per sempre le regole del gioco, esiste letteralmente un pre e un post Hendrix. Il suo apporto è probabilmente ancora da indagare completamente, vista anche l’enorme quantità di materiale sonoro da lui prodotto e registrato (esiste una interminabile serie di pubblicazioni postume) e ci parla ancora adesso, facendoci ogni volta scoprire qualcosa di nuovo. Jimi Hendrix è un angelo caduto dal cielo che ci ha fatto vedere una strada da seguire

Etichetta: Reprise Records (USA), Track Records (UK), Polydor (EU)

Anno: 1968

Tracklist: 01. And The Gods Made Love 02. Have You Ever Been (To Electric Ladyland) 03. Crosstown Traffic 04. Voodoo Chile 05. Little Miss Strange 06. Long Hot Summer Night 07. Come On (Let The Good Times Roll) 08. Gypsy Eyes 09. Burning Of The Midnight Lamp 10. Rainy Day, Dream Away 11. 1983… (A Merman I Should Turn To Be) 12. Moon, Turn The Tides… Gently Gently Away 13. Still Raining, Still Dreaming 14. House Burning Down 15. All Along The Watchtower 16. Voodoo Child (Slight Return)

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Luciano.Zapparoli.Bergantino.

    Il.mio.commento.e.questo.dopo.aver.comprato
    Questo disco.alla.prima.uscita.ed.ancora
    Costudito.con.cura.adesso.so.che.e.stato.una.
    Scuola.di.unnumerevoli.esecuzioni.stupende.al.
    Top.restera.nella.storia

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  2. Anonimo

    Ottimo articolo bellissima analisi
    Certo Opera omnia di Hendrix irraggiungibile…….come irraggiungibile l’uomo musicista e chitarrista

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  3. Athos Albericci

    Creativita’ “pura” ( o ce l’hai o non c’e’ tecnica che tenga) abbinata al perfezionismo.
    Ottimo disco ma secondo me, uscendo dalla perfezione della sala di registrazione,il miglior hendrix rimane dal vivo.Machine gun Red house little wing e altri dove ogni singola nota non puo’ stare in piedi senza la precedente. Per me un ” primitivo ” (vedi le posizioni della mano dx sul manico) , nel senso di autentico, e per questo al momento irraggiungibile.Mi manca….

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