The Hirsch Effekt – Recensione: Urian

Al debutto sulle nostre pagine, gli Hirsch Effekt sono una band progressive metal (una definizione che va loro un po’ stretta, in effetti) fondata ad Hannover nel 2009 ed autrice, a partire dal 2011, di quattro album accolti con grande interesse per la profondità dei temi trattati, per la capacità narrativa, per il desiderio di analizzare ogni aspetto della realtà attraverso gli occhi dell’arte ed i meccanismi della metafora. Dalle grandi crisi internazionali agli schemi comportamentali dettati dai social-media, dalla decadenza dei valori all’aspirazione democratica di dare una voce a chi non ce l’ha, non è un caso che gli Hirsch Effekt presentino la loro nuova fatica con un dettagliato track-by-track che fa da subito comprendere quanto nulla sia lasciato al caso, ed ogni momento di questo nuovo album aspiri a stimolare un’emozione, una riflessione o un dubbio. Che si tratti di lockdown, libertà perdute o semplice nostalgia, la conversazione fittizia intessuta dal trio tedesco attinge a Red Hot Chili Peppers, Green Day, shoegaze e black metal per dare vita ad un caleidoscopio solo all’apparenza impazzito, ma che in realtà riflette con impietosa veridicità le contraddizioni più o meno inspiegabili alle quali assistiamo ovunque, ogni giorno. La curiosità principale, in questi casi, è quella di scoprire come l’artista abbia metabolizzato una materia tanto variegata e complessa, traducendola in note: nel caso di Nils Wittrock (chitarra e voce), Ilja John Lappin (basso) e Moritz Schmidt (batteria), “Urian” offre se stesso come un insieme certamente elaborato – e del resto come non potrebbe – ma allo stesso tempo musicalmente trasparente, addirittura immediato nei suoi momenti musicalmente più estremi.

Per loro stessa ammissione meno concettuale di quanto proposto nel recente passato, questo nuovo lavoro trova nella profonda introspezione e nella critica intelligente un importante motivo di interesse, ma non la propria unica giustificazione, come sembrano suggerire le prime note di “Agora”. Non c’è infatti bisogno di introduzioni né spiegazioni elaborate per godere di un’opener acustica che, lavorando la lingua tedesca fino a farla diventare dolce e sognante, ti invoglia all’ascolto con il suo scorrere avvolgente e gentile fatto di archi, arpeggi e melodie fuori dal tempo. E’ però a partire dalla successiva “Otus” che il paesaggio distopico di fronte ai nostri occhi comincia a delinearsi in tutta la sua durezza e complessità, con il riffing roccioso delle chitarre a comunicare quel senso di spavento ed urgenza con il quale affronteremo temi che spaziano dall’isolamento del Covid al più recente e lacerante conflitto in Ucraina. E se anche la scelta dei tedeschi di cantare utilizzando la madrelingua potrebbe alienare l’interesse di una fetta di pubblico, l’uso di un codice meno universale dell’inglese contribuisce a quel senso di spaesamento che cala l’ascoltatore nella storia e nel momento.

E così, a meno che nel tempo libero non si leggano Goethe ed Hesse in originale, per visualizzare la scena davanti ai nostri occhi occorre considerare allo stesso tempo il grande ed il piccolo, l’accelerazione distorta e la distensione new age, il dettaglio ed il quadro generale, in un gioco cinematografico di estremi contrasti che gli Hirsch Effekt costruiscono con tutto l’arsenale offerto loro dal progressive europeo. Con l’avanzare dei minuti “Urian” cresce in ritmo ed intensità, con lo screaming di “2054” e della title-track che porta con decisione il terzetto tedesco in territorio melodic death, a dimostrazione di quante cose – e tutte insieme – possa essere questo album.

La solidità con la quale ogni passaggio viene eseguito e restituito dal terzetto e dall’ottima produzione che lo segue evita che l’album possa diventare un terreno di sperimentazione: tutto suona infatti diverso eppure convincente, credibile nonostante i continui spostamenti della messa a fuoco, spigoloso come lo stato d’animo indotto dai suoi argomenti ma carico di speranza come l’armonia di certi passaggi sembra voler suggerire. “Urian” è un viaggio di cinquanta minuti che certo non fa sconti quando si tratta di descrivere l’aridità dei suoi panorami, lo sconcerto dei suoi protagonisti e le durezze con le quali devono confrontarsi: l’aggressività disinvolta dei suoi passaggi e della sua lingua lo rende un’esperienza verticale che inizialmente disorienta per la capacità di accogliere al suo interno parti e sonorità così diverse, eppure destinate a far parte di un unico racconto, di un’unica realtà. Il suo è un prog/death distopico e contorto, naturalmente tecnico, spesso molto più violento e diretto di quanto la sua natura intellettuale ed i suoi momenti più candidi (come i dodici minuti combinati di “Stegodon” e “Granica”) non lascerebbero presagire. Un’esperienza di ascolto difficile e che difficilmente potrà lasciare indifferenti, ed un disco ragionato ma anche squisitamente fisico, cantato in tedesco ma capace di parlare linguaggi universali e tormentati che vanno oltre la grammatica, la semantica ed i limiti del (non) descritto.

Etichetta: Long Branch Records

Anno: 2023

Tracklist: 01. Agora 02. Otus 03. 2054 04. Urian 05. Stegodon 06. Granica 07. Blud 08. Eristys
Sito Web: facebook.com/thehirscheffekt

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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