The Headless Ghost – Recensione: King Of Pain

Nati come tributo ai Mercyful Fate ed a King Diamond, i milanesi The Headless Ghost si sono formati per volere di Aurelio Parise (Lionsoul) ed Alberto Biffi (Daemoniac): dovendo fare i conti con una pandemia che ha azzerato le possibilità di portare il proprio spettacolo sul palco, i due hanno quindi intrapreso un percorso alternativo di composizione che li ha portati alla realizzazione di materiale originale. Una volta messo a fuoco il concept (incentrato sulle vicende di un serial killer tormentato dalle anime delle sue vittime) e completata la line-up con altri musicisti di esperienza, è arrivato dunque il momento di impostare il navigatore verso gli Elnor Studios di Mattia Stancioiu, presso i quali questo “King Of Pain” vede finalmente la luce nello scorso mese di Marzo. Introdotto da una title-track dai toni sinistri alla quale la presenza di Tobias Cristiansson (Entombed AD, Necrophobic, Grave) aggiunge ulteriore spinta, il disco italiano si presenta subito con un suono compatto ed avvolgente, un assolo di chitarra che ti aggancia ed un approccio convinto che fa tanto old-style. Se escludiamo qualche concessione al gusto moderno, rappresentata da uno sporadico cambio di tempo o una energica “cavalcata”, la proposta tricolore è piuttosto fiera delle sue radici classiche: mai irresistibilmente trascinante, a volte persino interlocutorio nelle sue pause, il disco dirotta le sue intenzioni verso la purezza delle sonorità, l’autenticità delle radici e la coesione dell’insieme, riuscendo peraltro piuttosto bene a raggiungere tutti i suoi obiettivi.

Quando alla cura del dettaglio si aggiunge la felicità dell’intuizione, come nel caso di un buon ritornello accompagnato da un interessante intermezzo strumentale (“Inside The Walls”), i risultati sono al di sopra della media: è in queste occasioni che la solida struttura messa insieme da Biffi e Parise viene messa al servizio di uno sviluppo melodico, chiudendo in un certo senso il cerchio. Più vicini alla folla cantante, alla quale è suggerito un coro o un momento di sano headbanging, gli Headless Ghost più terreni, sintetici e diretti sono quelli che alla fine convincono con maggior forza. Dalla terza traccia in avanti si assiste però ad un progressivo allungamento dei brani, che in questo modo lasciano per strada una parte della loro efficacia: mentre i paragoni con le band citate in apertura ci stanno tutti all’interno di composizioni meno sfidanti e più contenute, il materiale originale della band lombarda sembra evidenziare qualche debolezza quando portato   – in una sorta di metallica exploitation – fino al limite dei sette minuti (“Angel In Flame”).

La sensazione che emerge in questi casi è quella di avere a che fare con una realtà certamente ambiziosa e strumentalmente esuberante, ma anche incline ad una componente ripetitiva (“Whisper In The Dark”) che mette in discussione la natura stessa di questo heavy che strizza l’occhio ora al prog, ora alla NWOBHM, ora al doom, ora al sinfonico, ora a quel metal dalla forte componente teatrale del quale però non riesce pienamente a ricalcare le orme. Nonostante la durata piuttosto “importante”, episodi come “Visions” sono più tesi a creare un tessuto atmosferico alla Death SS che non a ricercare il momento veramente esplosivo, scelta che se da un lato li vede agguantare un certo successo nell’elogio della lentezza (vedi l’omonimo libro di Carl Honorè, profeta della slow life) dall’altro porta a perdere un po’ il focus su quanto i primi travolgenti momenti di “King Of Pain” avrebbero fatto intuire, e sperare. Circostanza che, purtroppo, allontana anche l’interesse sulla natura del concept e sulla storia narrata nel corso di questi otto brani.

Complice una produzione ricca che esalta l’intero spettro, dai piatti squillanti della batteria alle ritmiche più gravi e catramate, “King Of Pain” è un album dal suono maturo ed evocativo, certamente non votato al solo aspetto formale ma, allo stesso tempo, non sempre sorretto da una scrittura all’altezza della sua opulente veste (“Hellhouse” è forse la traccia più povera di scopo e contenuti). Una mancanza evidenziata con candore e perfettamente compatibile con il passato da tribute band, che si avverte con ancora più forza in quegli episodi nati (si direbbe) da una base strumentale, alla quale sono state aggiunte linee vocali di impatto modesto (“Let Them Go”). I diversi spunti che emergono lungo i suoi quarantacinque minuti non sono così incisivi da permettere di etichettare il disco come “vario”, ma hanno comunque il pregio di espandere gli orizzonti di una formazione evidentemente non paga e votata con apprezzabile piglio alla crescita ed alla ricerca di una propria identità. “King Of Pain” non è il disco definitivo degli Headless Ghost, e come potrebbe, ma un lavoro che esprime la volontà di trovare una via personale, lasciandosi progressivamente e rispettosamente alle spalle il peso dei grandi maestri che, indirettamente, hanno contribuito alla loro nascita.

Etichetta: Punishment 18 Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. King Of Pain 02. Inside The Walls 03. Whispers In The Dark 04. Visions 05. Let The Go 06. Angel In Flames 07. Hellhouse 08. Liberation
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Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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