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Krisiun – Recensione: The Great Execution

Cambiamento ed innovazione, queste sembrano essere le parole più azzeccate per definire la nuova fatica dei Krisiun, combo brasiliano che in un ventennio ha sfornato ben otto full length, mantenendo invariata la formazione a “conduzione familiare”, sicuramente prolifica dal punto di vista musicale. Le ultime due releases ( “AssassiNation” e “Southern Storm”) avevano segnato un cambio di rotta per il trio carioca, da sempre dedito ad un feroce death metal farcito di blast beats e riff tritaossa, figlio di un genere che tanto deve a mostri sacri del calibro di Morbid Angel e Slayer;  tale evoluzione ha portato i nostri a forgiare un sound che, pur pagando un grosso tributo alle band già citate, risulta essere di più facile assimilazione rispetto alle produzioni del passato, più ragionato ed articolato.

Un disco di rottura, quindi, nel quale la brutalità cieca sembra essere stata tradotta in una più elegante rabbia sonora, fatta di mid tempos dal sapore thrash; atmosfere che richiamano alla mente lande desolate, come nel caso dell’interminabile “The Sword of Orion“ in cui un’ammaliante chitarra acustica si lancia in virtuosismi dal chiaro sapore Sud Americano; un riffing dal groove più accattivante, che strizza l’occhio ai fan dell’ultim’ora, lontani nel tempo e nei gusti dall’estremismo che per lungo tempo ha caratterizzato i Krisiun. Soprattutto nei primi brani la vena compositiva di Moyses Kolesne & co. sembra essere particolarmente ispirata, creando trame di sicuro impatto, dall’incedere ora maestoso, ora più spedito e massacrante, ma sempre tagliente, soprattutto nei solos di derivazione heavy old style. Il corso dell’album è segnato però da tracks dalla lunghezza forse eccessiva, dieci tracce in totale dalla durata complessiva di sessantadue minuti, forse un po’ troppi per evitare che si cada nell’errore di ripetersi.

In definitiva si tratta di un album di pregevole fattura, nel quale l’ardore dei nostri pervade l’intera produzione, dimostrando di avere coraggio nel volersi riproporre dopo venti anni in una nuova formula, dando prova di un’elevata capacità tecnico-compositiva ben lungi dall’essere scevra di contaminazioni musicali che sanno di “già sentito”.

 

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