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The Grandmaster – Recensione: Black Sun

Quando al termine del terzo brano capisci che hai già sentito tutto, ed allo stesso tempo niente, qualche dubbio sulla longevità artistica di questo florido ramo d’azienda comincia ad affiorare in superficie. Silenzioso. Strisciante. E forse potenzialmente letale”. Wow. Rileggendo le parole che io stesso spesi in occasione dell’uscita del primo album dei Grandmaster, la prima cosa da fare è procedere con un bel reset e dare a questa formazione – rappresentata oggi dal cantante danese Peer Johansson, dal chitarrista tedesco Jens Ludwig (co-fondatore degli Edguy) e dal nostro Alessandro Del Vecchio al basso – una nuova possibilità. Registrato dunque l’avvicendamento alla voce tra il danese Johansson ed il brasiliano Nando Fernandes, “Black Sun” si presenta come uno di quei dischi per i quali bisogna subito procedere all’ascolto, tanto vaghi e banali sono gli aggettivi usati per presentarlo: vero che bisognerebbe cominciare il nuovo anno all’insegna della positività e dell’entusiasmo, ma leggere che – anche questa volta, e come non potrebbe – tutto è stellar, mind-blowing e captivating… fa un po’ rimpiangere lo stile della pubblicità di Italiaonline dove il cameriere si affretta a chiarire che il pesce non è mai fresco ed il dolce è da evitare. Se però a questo grado di ironia non siamo ancora pronti, conviene lanciarsi all’ascolto di queste undici nuove tracce, senza pregiudizio, con una title-track alla quale spetta il compito di aprire le ferrose danze.

THE GRANDMASTER – “Watching The End” – Official Music Video

La prima differenza che salta all’occhio, o all’orecchio, è che il timbro graffiante del nuovo e gutturale cantante ha più in comune con Rob Halford, Jorn Lande e Udo Dirkschneider che non con i Ronnie James Dio e Russell Allen scomodati dal suo predecessore. Per effetto di questa scelta e da questo punto di vista, al netto delle preferenze personali, il power dei Grandmaster risulta oggi più arido dal punto di vista delle melodie (con la possibile eccezione della dolcissima “Fly, Icarus Fly”) ma anche più diretto ed incisivo, con un Johansson leggermente meno in controllo ma anche più fisico, propositivo e graffiante (notevole per estensione in “Soul Sacrifice”). Che si tratti di un’evoluzione o del suo contrario, “Black Sun” si presenta ad ogni modo più efficace e grintoso, più fresco ed esplosivo (“Watching The End”) grazie ad un’intelligente opera di sottrazione che affonda le sue radici nel classico, nel semplice e nel comprovato. Come quando Gordon Ramsey va a sistemare i ristoranti riducendo i piatti nel menu. “Semplicità” non significa certo che da oggi si possa accostare il power di matrice tedesca ad una silhouette sinuosa e filiforme: questo metal rimane pieno e corposo, grasso ed ordinato, ritmicamente sopra le righe e sempre alla ricerca di un coro non troppo elaborato, ma in questa seconda occasione tutto suona più riconoscibile e meno pretenzioso, con un carattere derivativo che – considerato un genere tradizionalmente poco avvezzo alle novità – diventa più un pregio che non qualcosa di cui lamentarsi.

Oggi tutto suona credibile e, una volta accettata la (divertente) comfort zone nella quale i Grandmaster 2.0 hanno scelto di cimentarsi, quella delusione che aveva caratterizzato a suo tempo l’ascolto di “Skywards” cede il passo al piacere semplice di una “When The Sun Goes Down”, per dire, nella quale ritmica incalzante, ma anche violini e malinconia di fondo regalano quell’appagamento immediato e superficiale alla Netflix che da tempo ha smesso di farci sentire in colpa. Non mancano anche passaggi più evocativi ed atmosferici, ai quali spetta il merito di dare una forma ancora più tridimensionale all’esperienza: è il caso ad esempio di una “Something More” che farebbe bella figura all’intero di un concept album di quelli impegnati, oppure di una “What We Can Bear” che, con le sue tinte decisamente dark ed il suo sviluppo su più piani, tenta qualcosa di nuovo con inaspettato coraggio.

Rispetto ad un debutto al quale avevo dedicato una delle chiose più amare e scazzate di sempre, “Black Sun” è un disco più consapevole dei suoi obiettivi e dei suoi punti di forza, forse anche delle sue debolezze, più bilanciato e misurato (“Learn To Forgive”), dotato di maggiore sensibilità nella scelta delle parole e dei sentimenti che esse evocano. Insomma, questa volta il quintetto completato da Brett Jones alle tastiere e del sempre più ubiquo Mirko De Maio alla batteria (davvero potente in “Heaven’s Calling”) ci regala un ottimo modo per cominciare il nuovo anno all’insegna di un disimpegno di qualità, tedesco nelle possenti strutture (“I’m Alive”), scandinavo nelle sue melodie non necessariamente consolatorie ed italiano nell’efficacia brillante della produzione, a cura dello stesso Del Vecchio. Uno di quei casi nei quali la capacità di riproporsi dopo un avvio (a mio opinabilissimo parere) poco convincente rappresenta di per sé una bella storia, contribuendo all’apprezzamento ancora più convinto di un secondo passaggio che, sul mio taccuino, costituisce a tutti gli effetti un nuovo e promettente inizio.

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