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Kamelot – Recensione: The Fourth Legacy

Tutto è cominciato da “The Fourth Legacy”. I Kamleot fino a quel momento erano una band semisconosciuta, che aveva pubblicato tre album senza infamia e senza lode di power prog metal, freddo e piuttosto scialbo. Nel 1999 iniziò la collaborazione con quel guru che di nome fa Sascha Paeth, che produsse ed arrangiò insieme al fido Miro il disco che lanciò nel firmamento del power raffinato ed oscuro la band capitanata dal chitarrista Thomas Youngblood e dal vocalist Roy Khan, rubato ai Canception. “The Fourth Legacy” contiene dieci brani di heavy sfavillante e di classe, sorretto da orchestrazioni epiche, ma mai ridondanti o pacchiane, che hanno creato quello che è ormai un marchio di fabbrica. La title track e “Night Of Arabia” sono diventate delle hit dei Kamelot, suonate puntualmente durante gli show, ma non sono da dimenticare la cadenzata e dirompente “Silent Goddess” o la speed sinfonica “Until Kingdom Come”, le altre gemme preziose di questo album, che, a dieci anni di distanza, non ha perso il proprio fascino e la propria freschezza. I Kamelot nel corso degli anni sono cresciuti, affinando il proprio sound ed il songwriting, ma i capolavori “Karma”, “Epica” e “Black Halo” sono tutti figli di “Fourth Legacy”.

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