The Foreshadowing: “Seven Heads Ten Horns” – Intervista a Francesco Sosto

I romani The Foreshadowing sono tornati con “Seven Heads Ten Horns”, un ambizioso album dal forte impatto emotivo e una costante ricerca tecnica che, nelle parole del tastierista Francesco Sosto, ha portato il gruppo a comporre la sua opera più complessa. Un disco che tuttavia non fa mancare il senso estetico che caratterizza i nostri, nè melodie potenti e malinconiche. Francesco ci accompagna a conoscere “Seven Heads Ten Horns” nei dettagli, parlandoci in particolare dell’attualissimo concept ideato dalla band.

Per prima cosa benvenuti e grazie dell’intervista. Volete descrivere il nuovo album “Seven Heads Ten Horns” ai nostri lettori?

Grazie a te: allora “Seven Heads Ten Horns” è un album incentrato sul fallimento e la decadenza dell’Europa Unita. Abbiamo deciso di simbolizzare l’idea centrale dell’album con una storia dal sapore epico e apocalittico, quella incentrata sulla Torre di Babele. Chi conosce bene la storia sa che la costruzione di questa torre imponente viene vista dall’occhio divino come un atto di superbia. Per cui la punizione divina sarà la confusione babelica delle lingue, ovvero, i carpentieri della torre non riescono più a comprendersi fra loro perché ognuno inizia a parlare lingue diverse, per cui rinunciano alla costruzione della torre che lentamente inizia a crollare. Ci piaceva molto questa storia perché secondo noi l’erezione della torre è per certi versi simile a quella dell’Europa Unita, un progetto imponente e ambizioso ma allo stesso tempo troppo superbo e arrogante. Chi l’ha progettato avrebbe dovuto prevedere che gli interessi nazionali avrebbero prevalso su quelli di tipo europeo e negli ultimi anni ce ne siamo accorti. Inoltre, la confusione babelica delle lingue è molto simile alla confusione di lingue, razze e culture che stanno portando sempre più a un clima di intolleranza e odio tale da ipotizzare l’idea di abolire il trattato di Schengen, un’idea che già da sola farebbe probabilmente creare l’intera torre europea.

La mia impressione all’ascolto è come il disco sia un poco più accessibile e dal forte impatto emozionale, ricco di melodie epiche. Avete voluto puntare sulle sensazioni piuttosto che sulla tecnica?

Io invece penso proprio il contrario, al primo ascolto lo ritengo leggermente più ostico rispetto ad album come “Days of Nothing” o “Second World” ed oggettivamente è stato il più complesso dei nostri album dal punto di vista tecnico. Basti anche pensare a brani strutturalmente più elaborati come “Nimrod” o la stessa “New Babylon”, che hanno un’andatura molto progressive. Quest’album contiene inoltre alcuni dei più bei soli di chitarra di Alessandro (Pace). Però hai anche ragione a dire che molti brani sono accessibili e melodici, ma questa è un po’ una prerogativa che abbiamo sempre cercato di mantenere in tutti i nostri album.

Qual è esattamente il significato del titolo “Seven Heads Ten Horns” e quali argomenti trattate nelle liriche?

Abbiamo deciso di chiamare l’album “Seven Heads Ten Horns” in riferimento ad un passo dell’apocalisse di Giovanni, in cui si parla di una donna che cavalca una bestia con sette testa e dieci corna. L’idea è nata dopo aver letto un articolo preso da un sito web intitolato “E’ l’Europa la nuova Babilonia?”, in cui si raccontava di come in molti palazzi di potere dell’unione europea, nei francobolli commemorativi, nel retro delle monete dell’euro o in molte riviste europee, la raffigurazione della donna che cavalca la bestia fosse prominente e ricorrente a proposito dell’Europa Unita. Da questo abbiamo trovato l’ispirazione giusta per lavorare a questo album. Gli argomenti che gravitano attorno a questo tema sono principalmente, l’intolleranza verso la commistione delle razze, il disagio di vivere nel nostro paese allo stato attuale, il clima di proteste e rivoluzione vissuto in certi paesi dell’Europa e del vicino oriente…ovviamente il tutto contornato da riferimenti biblici come l’impero di Babilonia, la madre delle meretrici ecc. Ci piace molto quest’idea di dover prendere spunto da riferimenti biblici nei nostri testi per raccontare in realtà qualcos’altro, nello specifico, il disagio di questa situazione attuale che stiamo vivendo noi stessi e tutta la nostra generazione.

Siete soddisfatti dell’ingresso in formazione di Giuseppe Orlando? Come mai questa scelta?

Abbiamo scelto Giuseppe semplicemente perché abbiamo ritenuto che sarebbe stata la scelta più logica. Vedi, lui ci conosce dai nostri albori, ha prodotto i nostri primi due dischi, lo abbiamo spesso portato con noi in veste di fonico durante le nostre esibizioni live passate. Per cui lo abbiamo sempre visto come una figura familiare in grado di integrarsi fin da subito. Penso sia inutile inoltre specificare il livello e la reputazione di cui gode come batterista, questo lo sappiamo tutti, ma un ulteriore valore aggiunto è il fatto che come tecnico del suono riesce a darci un sacco di consigli, in particolare per quanto riguarda la preparazione dei nostri concerti.

Come mai avete scelto “Two Horizons” come primo brano da presentare al pubblico?

Beh, perché pensavamo fosse il brano più accessibile e più orecchiabile, inoltre è stato uno dei brani che è venuto fuori particolarmente bene in fase di produzione. Credo che questa scelta sia stata dettata essenzialmente da questi due motivi.

“Nimrod” è forse il brano con la maggiore natura di suite che avete composto. Volete raccontarci la genesi di quel pezzo?

“Nimrod” è una suite composta da quattro brani nati in tempi diversi, eccetto la seconda parte, “Omelia”, che l’abbiamo concepita come brano-intermezzo di raccordo tra la prima e la terza parte nel momento in cui abbiamo pensato di voler creare una suite per l’album. Il fatto che i brani siano nati in tempi diversi lascia pensare che l’idea di rendere una suite sia venuta in seguito, e infatti è stato così. Cronologicamente, il primo brano che abbiamo tirato fuori è stato “Collapse”. “Inno Al Dolore” originariamente doveva nascere come un brano acustico in stile folk metal, ma poi abbiamo deciso di realizzarla direttamente come parte finale della suite. “The Eerie Tower” è stato uno degli ultimi brani concepiti per quest’album, e questo lo si denota anche da certe contaminazioni e sonorità post-rock che normalmente non ci appartengono.

Più in generale come vi siete divisi i lavori in fase di registrazione e produzione? Ci sono state differenze rispetto al solito?

Per quanto riguarda le registrazioni, batteria, basso e voci sono state realizzate direttamente agli Outer Sound di Giuseppe (Orlando), mentre chitarre e tastiere le abbiamo realizzate per conto nostro, ciascuno con la propria strumentazione. Per ciò che riguarda il missaggio e il mastering, ci siamo rivolti agli Hertz Recording Studio in Polonia, dove tra l’altro Alessandro e Giuseppe si sono recati direttamente per monitorare il lavoro svolto dai fratelli Wiesławski.

Anche la copertina dell’album ha un aspetto simbolico, vogliamo ricordare il suo autore e cosa rappresenta?

La cover è stata realizzata da Seth Siro Anton, che ha già collaborato con noi per quanto riguarda i primi due album. L’idea dell’artwork è stata rappresentare semplicemente il concept dell’album secondo l’arte surrealistica e oscura di Seth. Non gli abbiamo dato molti suggerimenti, ma abbiamo preferito lasciarlo fare perché sappiamo che a lui piace fare così, d’altronde riteniamo sia giusto che qualunque artista possa esprimere un’idea e un concetto secondo la propria visione interiore e artistica e rispettiamo questa esigenza.

Volete ricordare ai nostri lettori quali sono i prossimi appuntamenti del vivo del gruppo e i vostri contatti per potervi seguire?

Suoneremo a Roma per il nostro release party il 7 maggio in compagnia degli Embrace of Disharmony e i Beyond the Dark al Traffic, inoltre il 28 maggio suoneremo per la prima volta a Napoli al Sound Music Club. A breve ci saranno nuovi aggiornamenti, quindi vi consiglio di seguire la nostra pagina facebook www.facebook.com/theforeshadowing oppure direttamente il nostro sito web www.theforeshadowing.com .

Non ultimo, un messaggio da parte dei Foreshadowing, nonché uno spazio per dire ciò che volete

Se siete ascoltatori limitati ad ascoltare solo metal duro e puro, lasciate perdere quest’album perché non fa per voi; se invece amate la musica in tutte le sue forme, ascoltatelo e riascoltatelo più volte. Soltanto così riuscirete ad amarlo appieno.

The Foreshadowing

 

andrea.sacchi

view all posts

Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi