Metallus.it

Zao – Recensione: The Fear Is What Keeps Us Here

Dimenticate quanto edulcorato è divenuto oggi il post core. Cercate di immergervi nelle intenzioni primarie di un genere ostico, fortemente giustificato da una violenza intrinseca senza eguali. Ponetevi il dubbio di aver perso la bussola, orientando le attenzioni verso la parte più estranea ad esso. Ora il risveglio dal torpore è convulso, quanto più disturbante possa essere. La paura si estende, ponendo attenzione ad una realtà malsana. Un fremito. Il ritorno verso un tunnel senza via d’uscita: solo nero, mitigato esclusivamente da una tenue luce di crepuscolo. L’angoscia è il sentimento principe, l’essenza primaria, la voce dell’anima che Zao hanno rinsavito dal torpore. ‘The Fear Is What Keeps Us Here’ è quanto di più pesante, il christian-hardcore abbia espresso. L’urlo di Munch che si evolve in musica, l’espressione più vera e strisciante di un certo modo di intendere l’estremo, essenza e corpo indivisibili. ‘Funeral of God’ fu araba fenice per le sorti del act statunitense ed il presente tomo ne rivendica prepotentemente lo stato di salute. Dimenticata la funzione melodica del precedente platter, è un riffing ‘dissonante’ spietato (Scott Mellinger) a sorreggere il gioco, puntellato al meglio da una sezione ritmica roboante (Matt Lunn/Jeff Grets) e dall’inconfondibile urlo carcassiano di Dan Weyandt. Un gruppo di sintesi, ove Neurosis incontrano Converge, attraverso una lente fortemente botchiana. Cotanta forza, incanalata dal maestro Steve Albini, è l’espressione di quanto ‘il nostro genere preferito’ sia fonte inesauribile a cui l’intero genere heavy, dovrebbe abbeverarsi. Oggettivamente sorprendente ed inatteso.

Exit mobile version