The Dear Hunter: Live Report della data di Milano

La band The Dear Hunter è, da anni, fautrice di un delizioso amalgama di indie e progressive rock ed assistere ad un loro concerto live era una delle mancanze più evidenti del mio curriculum.

Il maltempo ed il traffico milanese del venerdì sera non sono la combo ideale quando devi letteralmente attraversare la città per recarti al luogo dell’evento e purtroppo questa volta le vittime sacrificali sono gli energici Lasties, di cui però riesco a sentire gli ultimi due pezzi, compreso il bel singolo “Don’t Close Your Eyes”: ottima impressione con belle parti corali e una gran convinzione “da palco”… da rivalutare.

Dopo un veloce cambio di palco (sempre molto professionale l’integrazione dello staff del Legend con quello delle varie band) arrivano i tedeschi Monosphere avvolti dalla nebbia sintetica e, nonostante una buona prova che col passare dei minuti riscalda il pubblico a dovere, non riusciamo a comprendere appieno il loro coinvolgimento in questa serata visto che la band di Mainz ci presenta un postcore dai numerosi momenti violenti e pochi passaggi soft con voce pulita. Tecnicamente la prova della band è molto buona anche se non essendo particolarmente avvezzo a questo tipo di sonorità sospendo il mio giudizio complessivo.

Eccoci dunque alla principale attrazione della serata, The Dear Hunter from Rhode Island, che dal lontano 2006 ha assemblato una discografia di tutto rispetto, permeata dalla classe del leader Casey Crescenzo, come autore, polistrumentista e cantante; la data del Legend era peraltro l’ultima di questo tour europeo ed i fan italiani non hanno fatto mancare una calorosa accoglienza… assolutamente meritata.

Si parte con un’atmosfera quasi da lounge bar con “Industry” tratta dall’ultimo album “Antimai” dove si percepisce subito la coesione dei membri della band ormai insieme in questa conformazione da più di 10 anni. Qualche problema di suoni a Max Tousseau (chitarra, programming e voce) non inficiano la resa complessiva davvero di altissimo livello (ma non avevo grossi dubbi) con Crescenzo catalizzatore della scena, una sezione ritmica presente ma mai invasiva e la qualità di pezzi davvero da manuale.

La scaletta passa in rassegna un po’ tutta la discografia (con l’esclusione dell’esordio “The Lake South, The River North” e “The Colour Spectrum”) con alcuni picchi all’altezza di “The Squeaky Wheel”, il classico “Mustard Gas”, “The Old Haunt” ed una strana esclusione dei pezzi all’epoca scelta come singoli, a parte una roboante “Whisper” e “Luxury”.

Le aspettative che avevo per Crescenzo & Co. sono state assolutamente confermate e non ho granché da aggiungere se non il desiderio di rivederli sicuramente in futuro ed andare a riascoltarmi la loro splendida discografia.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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