The Dead Daisies: Live Report e foto della data di Milano

Se qualcuno avesse avuto timore di una situazione disagevole per questa serata, si sarà dovuto ricredere in fretta. Il Fabrique di Milano è fresco e ospita un pubblico non troppo numeroso ma attento e divertito fin dalle prime battute. Fra genitori con figli in età da scuola primaria e gruppi di amici di mezz’età, i The Dead Daisies si troveranno di fronte a un quadro variegato di provenienze ed esperienze da animare. Per fortuna l’atmosfera è buona da subito, nonostante il fatto che la band questa sera si esibisca in formazione ridotta a tre membri. Il chitarrista e membro fondatore David Lowy, è notizia di poche ore prima, è dovuto rientrare di corsa negli Stati Uniti a causa di un’emergenza famigliare non meglio specificata. Per fortuna, fin da subito il livello qualitativo della musica ascoltata non lascia delusi.

SANDNESS

Anche i Sandness si muovo in trio, ma la loro personalità e la loro coesione sono tali da renderli capaci di padroneggiare il palco senza nessun problema. La loro esibizione scorre liscia e piacevole, permettendo ai presenti di conoscere una formazione dinamica e ricca di idee. Il loro rock è imbastardito da una sfumatura glam, che si riflette anche nell’abbigliamento dei tre componenti; a livello musicale fanno venire in mente un’altra formazione italiana di qualità, i Dobermann, trio torinese, forse più “grezzi” nei suoni, ma con diversi punti in comune. Una realtà consolidata, da approfondire.

THE DEAD DAISIES

Glenn Hughes è un miracolato, e probabilmente è il primo a esserne consapevole. Sia per quanto riguarda la voce, ancora quasi perfetta che per quanto riguarda carisma, tenuta di palco e forma fisica in generale, l’attuale cantante e bassista dei The Dead Daisies non si lascia scalfire dallo scorrere degli anni. Certo, a un purista dell’hard rock classico i brani di questa formazione potrebbero forse sembrare troppo moderni e un po’ ostici, ma Hughes ha il potere di stregare chi gli sta intorno e di rendere appetibili anche i brani meno riusciti.

Per compensare l’assenza di Lowy, sul palco la band deve fare gli straordinari, in particolare Doug Aldrich, un altro musicista su cui lo scorrere del tempo sembra non avere influssi. Anche nel suo caso, però, possiamo parlare di una prova riuscita alla perfezione; discorso analogo per Brian Tichy alla batteria (Aldrich e Tichy peraltro hanno suonato insieme per alcuni anni nei Whitesnake, per cui l’alchimia fra i due non è nuova), autore anche di un assolo breve e divertente (uno di quelli strategici, che si fanno per consentire al cantante del gruppo di rifiatare).

C’è poi un’altra forma di consolazione da parte della band per l’assenza del loro quarto componente, ed è l’esecuzione di un brano inedito. Si tratta di “Shine On“, che di lì a pochi giorni verrà pubblicato come singolo, in attesa del nuovo album della band, ascoltato con curiosità e accolto con entusiasmo dai presenti. Per il resto, il concerto si sviluppa soprattutto sulla produzione dell’ultimo periodo e sui brani tratti da “Holy Ground“, uscito l’anno scorso. Sul versante opposto, invece, non mancano le cover di grandi classici, soprattutto nella seconda metà del live, fra cui quella di “Fortunate Son” dei Creedence; e poi, è ovvio, con Hughes alla voce non possono mancare i riferimenti al periodo con i Deep Purple. “Mistreated” si conferma come uno dei cavalli di battaglia di Hughes, dove non contano tanto le note alte quanto piuttosto la padronanza perfetta della voce. Discorso inverso per “Burn“, con cui si chiude il live, che continua a essere un momento di sfoggio di potenza per la voce e per tutti gli strumenti, e risulta efficace anche se suonata da tre soli musicisti. Tre, ma di un calibro tale da non lasciare nessuno piccolo spazio di noia o vuoto.

Forse si può pensare che le due anime espresse da Hughes in questo concerto, quella più moderna con i brani dei The Dead Daisies e quella più classica rappresentata dalle cover, rischino di essere troppo lontane fra loro. L’effetto finale, invece, è di una grande piacevolezza, perché quando ti trovi di fronte a musicisti dotati non solo di grande tecnica, ma anche di carisma e di capacità creative fuori dal comune, il divario generazionale scompare. Una grande lezione di rock da parte di una formazione che ha saputo affrontare gli imprevisti dell’ultimo momento e tornarli a proprio vantaggio.

Setlist:

  • Long Way To Go
  • Unspoken
  • Rise Up
  • Dead And Gone
  • Radiance
  • Mexico
  • Bustle And Flow
  • Fortunate Son
  • Drum Solo
  • Mistreated
  • Shine On
  • My Fate
  • Like No Other
  • Holy Ground (Shake The Memory)

Encore:

  • Midnight Moses
  • Burn

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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