The Darkness: Live Report della data di Milano

Un elenco di cose che non sono più cool dal 1977: le tutine attillate con scollatura all’inguine; le chitarre con i brillantini; fare il ruggito da tigre nel microfono; un bassista coi baffi a manubrio.

Un elenco di cose che non sono più cool dal 1986: saltare in spaccata toccandosi le punte dei piedi; incitare il pubblico a urlare ‘Fuck’; le bandane; le tutine attillate con scollatura all’inguine brillantinate; fare assoli di chitarra trasportati in mezzo al pubblico in groppa a un roadie; sculettare; fare cantare il pubblico accennando pezzi con la chitarra.

Un elenco di cose che non sono mai state cool: incitare il pubblico a chiocciare come galline; incitare il pubblico a urlare ‘motherfucker’ in falsetto; incitare il pubblico a cantare ‘happy birthday’ al batterista; le tutine attillate con scollatura all’inguine, alucce e coda.

E incredibilmente il gruppo più consapevolmente uncool della storia, l’incubo di ogni critico, il frullato di frusti cliché rock’n’roll riesce a fare breccia, a farsi strada e conquistare il grande pubblico. Come se la celebrazione del rito fosse più importante dei contenuti, all’insegna del "è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo".

E questo gruppo talmente finto da sembrare uscito da un set cinematografico, a rinverdire i fasti di Strange Fruit e Stillwater, riesce ad avere il supporto di casa discografica ed Mtv, e di conseguenza a raccogliere i favori di un pubblico decisamente vasto.

La cornice è quella delle grandi occasioni, Alcatraz esaurito e pubblico decisamente caldo. Aprono i Wildhearts, perennemente sottovalutati dal pubblico e sopravvalutati dalla critica, con un set di canzoni convincenti, aggressive e melodiche al punto giusto per scaldare il pubblico. Ginger è decisamente a corto di voce e di volume, ma viene ben sostenuto dai compagni con delle seconde voci praticamente continue, per un risultato che rende felice il gruppetto di persone qui apposta per loro e costituisce un gustoso antipasto per chi non sa nemmeno chi siano ed aspetta i beniamini visti in tv. Quando salgono è tutto esattamente come deve essere: il gruppo fa il suo, senza la minima sbavatura, ma tutto lo show è incentrato sul frontman Justin. Che fa di tutto per attirare su di sè l’attenzione, in un cocktail perfettamente mixato di Freddy Mercury, David Lee Roth e Roger Daltrey. Senza avere nulla della personalità di questi mostri sacri, intendiamoci, ma con moltissima immedesimazione.

Il trucco è che sono tutti consapevoli che è un gioco: il gruppo dà proprio l’idea di divertirsi un mondo, e di recitare la commedia con entusiasmo. Sicuramente lontano il cliché del gruppo di genialoidi con conflitti di ego, litigi e droga, sembrano invece un gruppo di ragazzi che ha trovato la gallina dalle uova d’oro, lo sa e ne è più che soddisfatta. E comunque hanno la capacità e la sfrontatezza per fare la loro parte molto bene, il risultato è più che buono. Anche il pubblico sembra partecipare in maniera smaliziata, senza isterismi ma con una sanissima voglia di divertirsi, di cantare e di farsi quattro risate.

Probabilmente la differenza sta tutta qui rispetto ai mitici e rimpianti anni ’70: tanta consapevolezza in più da parte di tutti, meno trasporto, meno coinvolgimento, ma anche meno problemi e meno patemi: semplicemente una serata divertente e ben riuscita, come andare al cinema.

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