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The Cult – Recensione: Hidden City

Le gocce di sangue su due gigli immacolati acquistano un significato simbolico immediato. E’ una creatura energica, vitale come il sangue questo “Hidden City”, ma altrettanto delicato e ricco di profumi. I The Cult tagliano il traguardo del decimo studio album a testa alta, con idee chiare e un bagaglio di canali espressivi molto vasto, forse anche un pizzico sottovalutato dal mondo del rock, che troppo spesso si ricorda di loro solo ascoltando “Rain” o “She Sells Sanctuary”.

“Hidden City” è un disco suonato con impegno e cuore, un calderone di conoscenza che va a pescare sia dai tempi oscuri di “Love”, che dalle sonorità furbe di “Sonic Temple”. Tutto era già chiaro in “Choice Of Weapon”, è vero, ma oggi la band acquista ancora più consapevolezza e  porta avanti il suo stile unico che davvero avrebbe potuto meritare molto più di quanto raccolto.

Ancora una volta il fulcro dell’album poggia sull’asse voce/chitarra, con un Ian Astbury interprete coinvolto e intenso e Billy Duffy a compiacerci con il suo inconfondibile stile. La batteria dell’immancabile John Tempesta e la produzione (non poi così laccata come ci aspettavamo!) di Bob Rock, rendono “Hidden City” un album potente che al meglio caratterizza le differenti emozioni che vuole suggerire.

“Dark Energy” apre le danze con il suo incidere intrigante, un bel pezzo ficcante per cominciare bene, con uno Ian dalla voce piena e morbida che subito convince, accompagnato da chitarre leggermente distorte e pungenti memori di quel post-punk da cui i nostri ebbero origine. Il marchio di fabbrica The Cult si ode ovunque, anche laddove il gruppo gioca la carta del brano più arioso e tipicamente hard rock (“No Love Lost”, “Dance The Night”, “Avalanche Of Light”), ma è nei momenti crepuscolari e velati di malinconia che il gruppo inglese impone tutta la sua classe.

“Birds Of Paradise”, lenta ed evocativa, mantiene tutta la malinconia del goth rock nel sound delle chitarre e nel dolcissimo refrain, dove la voce di Ian si fa più che mai partecipe e drammatica, come l’accompagnamento di tastiere che chiude il pezzo. E’ il preludio ideale per “Hinterland”, singolo irresistibile tra rock e new wave dove è Billy a tessere una melodia portante notturna ma che vi entrerà sottopelle.

“Hidden City” procede senza lasciarci punte di noia, forse non tutti i brani diverranno dei classici ma di certo la parola d’ordine è eleganza, caratteristica che al rock targato The Cult non manca affatto. A provarcelo, se mai ci fossero stati dei dubbi, abbiamo “Lillies”, una ballad che, riferendoci ancora al simbolismo della copertina, equilibra al meglio melodie dolcissime ma altrettanto energiche e cariche di intensità, oppure “Sounds And Fury”, congedo unplugged dove le tastiere rubano la scena alla chitarra e la voce del solito Astbury si impone nella sua grandiosità.

Un ritorno che incontra pienamente le nostre aspettative.

 

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