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Botanist – Recensione: Collective: The Shape Of He To Come

“Collective: The Shape Of He To Come” è il titolo del quinto full-length dei Botanist, band di San Francisco guidata dal multi-strumentista, vocalist e compositore Otrebor (con l’ausilio di altri quattro musicisti) e dedito a un particolare sottogenere a base di black atmosferico, elementi folk, hardcore e shoegaze denominato “green metal”.

L’etichetta si confà soprattutto al panorama lirico qui trattato, ovvero la personificazione/divinizzazione della Natura e il rapporto dell’uomo con essa. Lo stile tanto variegato è invece vicino a quell’ “extreme-hipster” al passo con i tempi e tanto caro all’etichetta The Flenser, che non a caso annovera(va) nel proprio rooster acts stilisticamente distanti ma simili negli intenti come Deafheaven, Bosse-De-Nage e Have A Nice Life.

L’utilizzo di strumenti tangenziali come un armonio e tre timpani rende il sound dei Botanist del tutto caratteristico e letteralmente molto naturale. Interessante notare come la band cambi le sue intenzioni in modo rapido e imprevedibile da un brano all’altro, apparentemente senza soluzione di continuità. Se prendiamo ad esempio pezzi come “The Shape Of He To Come” e “Upon Veltheim’s Throne Shall I Wait”, notiamo come la band passi da un melodico shoegaze arpeggiato, bucolico e dai vocalizzi quasi liturgici a parti black-core spinte e cantate con voce gutturale, però dinamiche e varie.

Altri brani, ad esempio “To Join The Continuum” presentano una forma canzone definita e lineare, nel caso musica acustica e voce femminile, linee melodiche di presa e suadenti che potrebbero essere affiancate a un certo dream-pop, non fosse per quella tipica produzione lievemente sporca e riverberata che pare ormai un must per le releases di questo genere. La costa del Pacifico sta diventando terreno fertile per tale branca evoluta della musica estrema, di cui i Botanist sono certo ottimi rappresentanti.

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