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Machine Head – Recensione: The Blackening

Che vi piacciano o meno, i Machine Head sono un gruppo che sa far parlare di se. All’alba della carriera, con il monolitico ‘Burn My Eyes’, si erano imposti come terzo polo di attenzione, tra Pantera e Sepultura, nel marasma di quello che nella prima meta dei ’90 veniva salutato con il nuovo modo di intendere il metal. Il secondo disco usciva sotto il segno di vicende da telenovela tra il leader maximo Robb Flynn e il suo alter-ego a sei corde, Logan Mader, che abbandonerà poi la band in favore dei Soulfly e poi sparire nel nulla. Con ‘The Burning Red’, tra il passo falso musicale e le pose in abiti di plastica e capelli ossigenati, non si sa più di cosa dire della band, purchè se ne parli male. E il caratterino di Flynn non aiuta. ‘Supercharger’ è un flop a livello di vendite, ma segna la rinascita artistica di un gruppo che ha detto troppo di se agli esordi. ‘Hellalive’ e ‘Through The Ashes Of Empires’ sono ulteriori passi di un percorso in salita negli umori creativi della band, la line-up si stabilizza, i capelli ricrescono e in poche righe abbiamo detto tutto quello che è successo negli ultimi quindici anni a bordo della Testa Macchina. La fuori intanto Il Nostro Genere Preferito cambia pelle, si contorce, i suoni estremi di Europa e America si mescolano e danno vita a quella che qualcuno si beve come nuova linfa mentre altri gridano al riciclaggio. Nell’Anno Del Signore 2007, i Machine Head, con un tavolo di gioco così ricco, si giocano un ipotetico asso pigliatutto con ‘The Blackening’. L’asso di picche, per essere precisi; molto più che cupo, un vero e proprio nero e minaccioso manifesto di potenza sonora, melodie malinconiche, sfuriate speed-thrash e attacchi groove come solo “la terza band più influente del panorama nu-metal” può permettersi di fare. Robb Flynn è finalmente capace di gestire nella maniera più agile possibile una voce versatile e caratteristica, destreggiandosi alla grande nel doppio ruolo di cantante e chitarrista. Phil Demmel è qualcosa di più che una semplice spalla, e con un band leader così dispotico non è cosa da poco. Il fido Adam Duce è il solito basso grosso come una casa che manca a tanti gruppi per rendere la propria sezione ritmica almeno credibile. E speriamo che alla luce della prova sostenuta da Dave McClain dietro le pelli, la smettiate tutti quanti di dire “… eh, ma Chris Kontos era un’altra cosa…”. Non fatevi spaventare dalla durata dei brani. ‘Halo’ e l’opener ‘Clenching the fists of dissent” bastino coi loro dieci minuti a farvi credere che una canzone è bella anche se supera i tre minuti e non la si riesce proprio ad inserire nella playlist del vostro dj di fiducia. Con questo album i Machine Head si messi in testa di salire in cattedra e sentenziare che da oggi l’heavy metal si fa così. Noi vi lasciamo con un interrogativo: volete dar loro torto? Fatevi avanti.

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