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The 69 Eyes: “Dolce Vita” – Intervista a Jyrki 69

A distanza di 4 anni dall’ultimo album “X”, i vampiri di Helsinki tornano con un nuovo disco, “Universal Monsters”, da alcuni acclamato come un salto alle origini dei lavori che hanno fatto la storia della band.
Il carismatico frontman Jyrki69 ci ha parlato, con una vena quasi nostalgica, di una combo che ha alle spalle oltre 20 anni di carriera e che ha attraversato anni e generi musicali senza mai perdere la propria peculiare identità. Il futuro è quello di una band che può ora permettersi di suonare per il puro gusto e la gioia di farlo e di un uomo che, sebbene ormai vicino ai 50 anni (ma i vampiri, si sa, non invecchiano mai), ha ancora molto da dire e da fare, anche come in veste di produttore e, udite udite, scrittore.
Immergetevi con noi nella Dolce Vita della notte scandinava.

Ciao Jyrki, innanzitutto grazie mille di essere qui. Parliamo del nuovo del nuovo album dei The 69 Eyes, “Universal Monsters”, che esce a 4 anni di distanza da “X”. Cosa puoi dirmi di questo nuovo lavoro? Come è nato?

Ciao e grazie a te!
Non mi sono accorto del tempo che passava: abbiamo suonato in giro per il mondo, abbiamo fatto tanti show che, soprattutto in Finlandia, erano spesso sold out. E così, all’improvviso, sono trascorsi 4 anni. Forse il mondo non avrebbe bisogno di altri dischi dei The 69 Eyes, potremmo suonare per altri 10 anni e la gente sarebbe felice solo ascoltando canzoni che non abbiamo mai inserito in scaletta. Ma, naturalmente, siamo creativi e vogliamo fare nuova musica: in più, siamo molto fortunati ad avere dei fan che ce la richiedono. Mentre lavoravamo al nuovo materiale in questi anni, il mondo è cambiato e con lui anche noi: fino a 4 anni fa o nel periodo precedente, volevamo che la nostra musica fosse suonata in radio, che le canzoni diventassero delle hit, volevamo essere conosciuti. Oggi siamo indipendenti, non abbiamo una major alle spalle come in passato, nonostante la Nuclear Blast sia una grande casa discografica. In Finlandia non esistono più stazioni radio che possano passare i nostri pezzi e d’altronde il nostro obiettivo è cambiato. Ora vogliamo divertirci: questa musica è nata in modo spontaneo perché noi siamo rocker e questo è il nostro stile di vita, ma lo facciamo principalmente per i nostri fan, nient’altro.
Siamo tornati a lavorare con Johnny Lee Michaels, lo stesso produttore che 17 anni fa ha prodotto i dischi che ci hanno reso famosi: abbiamo voluto collaborare di nuovo con lui perché ci conosciamo davvero bene e io non devo spiegargli nulla. Lui sa cosa vogliamo. “Blackbird Pie”, ad esempio, è una traccia dalle sonorità orchestrali e vede addirittura l’inserimento di un flauto in stile nativi americani, è una traccia epica e, dal punto di vista commerciale, un suicidio. Ma non ci importa, non abbiamo nessuno che ci dica cosa fare. Lo facciamo perché vogliamo farlo.
Tutti dicono che l’industria musicale e soprattutto quella del rock stia morendo, ma io credo che sia una cosa positiva, perché non c’è più tutta l’aspettativa che ci girava intorno prima, ma quello che è rimasto sono i veri rocker, che fanno musica dal cuore, per le ragioni giuste. Anche Ville Juurikkala, che ha curato la parte fotografica, ha cominciato a lavorare con noi oltre 10 anni fa e ormai è un nostro amico. Questo album è stato puro divertimento, una cosa naturale, non abbiamo dovuto spiegare niente a nessuno. E credo che questo si possa sentire nel disco.

Quindi è corretto dire che quest’album è un ritorno alle origini?

Si può dire che si tratta di un team rodato che fa quello che sa fare meglio e lo fa alla vecchia maniera e per le ragioni giuste.
La copertina di “Universal Monsters” mostra proprio questo: non volevo che ci fossero ritocchi o photoshop, siamo solo uomini di mezza età con una giacca di pelle, e anzi le luci nelle foto ci fanno sembrare ancora più vecchi. Questo aspetto si deve vedere anche durante il tour: voglio avere la possibilità di suonare quando e dove vogliamo, voglio che lo stage sia old school, solo amplificatori e strumenti. Niente luci o fuochi d’artificio, tutto deve essere naturale.

Questa stessa semplicità si può notare nel video di Jet Fighter Plan. E’ stata una scelta consapevole?

Esatto, grazie per averlo notato. L’ultimo video al nostro attivo, quello di “Borderline”era stato girato a New Orleans: non si poteva fare meglio di così! Abbiamo fatto grandi video in passato, questo è vero, ma oggi le persone guardano i video sugli schermi dei cellulari e ho letto che l’attenzione viene mantenuta solo per i primi 8 secondi. Perché fare video grandiosi se poi vengono guardati davvero solo per 8 secondi?
In ogni caso, volevo creare qualcosa di molto artistico e mistico: la canzone è retro, con un sound dei primi anni ’80, e il testo parla della guerra fredda. Il video unisce immagini degli anni ’80, che si sposano con il contenuto e l’atmosfera della canzone, con scene attuali, vere foto da zone di guerra scattate da un amico di Ville Juurikkala, che ha diretto il video.
Chi si sarebbe mai immaginato che i The 69 Eyes avrebbero adottato degli spunti politici? Non l’avremmo mai detto neppure noi! Eppure è stato molto interessante vedere la reazione della gente e ne sono molto contento.

Sono anche molto curiosa riguardo ai testi dell’album, soprattutto quello di “Dolce Vita”, che come immaginerai tocca le corde del mio essere italiana.

Spero che ti sia piaciuta la mia pronuncia. Lo spero davvero, anche perché ho studiato italiano all’università.
Sono un grande fan di Paolo Sorrentino e “La Grande Bellezza” è uno dei miei film preferiti degli ultimi anni, con la sua bellissima immagine di Roma e la sua fotografia. I riff di chitarra affondano le radici nella musica dei Motörhead e dei Metallica, mentre l’idea del brano arriva dal film di Sorrentino e naturalmente da “La Dolce Vita” di Fellini. Però non parlo del film, quanto di una “Dolce Vita baby”, una ragazza degli anni ’50 o ’60 che attraversa Via Veneto tra i flash dei paparazzi. Sono le ragazze che vivono la vita tra feste, divertimenti e posti bellissimi, come quelle che oggi si vedono su Instagram.
L’ultima volta che sono stato a Roma, lo scorso Giugno, ho registrato il suono delle campane del Vaticano a mezzogiorno, ed è così che comincia la canzone. In realtà l’album parla delle mie avventure in giro per il mondo, ma l’Italia e i The 69 Eyes hanno una lunga storia, iniziata quando giravo per i gothic club di Roma all’inizio degli anni ’90.

Con oltre 20 anni di carriera alle spalle, i The 69 Eyes sono diventati una sorta di fenomeno cult. Avete anche un fumetto in 3 volumi che parla di voi e, nonostante l’evoluzione musicale della band, siete da sempre un pilastro del Goth’n’Roll. Qual è il vostro segreto e come vi collocate all’interno della scena gothic, dalle origini della band fino ad ora?

Credo che ora siamo davvero diventati una band di culto, nel senso che in passato eravamo più mainstream, mentre oggi ci segue solo chi ci conosce davvero. In realtà non abbiamo mai fatto parte di una vera e propria scena: non siamo metal né goth in senso stretto, non siamo glam, né punk. Siamo solo rock’n’roll, siamo degli outsider rispetto ad ogni scena e lo siamo sempre stati.
Non è facile descrivere i The 69 Eyes: proprio per il nostro non appartenere a nessuna etichetta, siamo senza tempo. E non ci sono molte band che oggi fanno la musica che facciamo noi. Quest’anno ho ascoltato con piacere i nuovi dischi dei Cult e dei Turbonegro, ma non esistono più molte band rock in senso stretto: perfino i Motörhead non ci sono più. Noi, però, siamo ancora qui.

Jyrki, tu hai anche una carriera da DJ. Cosa mi puoi dire di questo aspetto della tua vita?

Fare il dj è stata un po’ la mia scusa per divertirmi in giro per il mondo, quando non ero impegnato con la band. Ad un certo punto, in Finlandia, l’ho fatto anche regolarmente, ma ora sto cercando di dedicarmi ad altro nella vita.
Sento che è arrivato il momento di ritirarsi e di fare cose diverse: per esempio, sto scrivendo un libro sulle me avventure. E’ piuttosto naturale per un songwriter diventare uno scrittore. Se ci pensi, oggi gli scrittori sono le vere rockstar, quindi ho pensato che dovevo diventarlo!
E poi sto anche producendo l’album di debutto di una band americana che si chiama Ghosts of Mars, con membri di Danzig, Circus of Power e Son of Sam.

Sei anche attivo con un altro progetto, i The 69 Cats, la band rockabilly con Danny B. Harvey, Chopper Franklin e Clem Burke. Cosa mi puoi dire in proposito? Come sta andando?

Abbiamo pubblicato il nostro primo album e ad un certo punto, quando sarà il momento, lavoreremo ad un secondo disco.
Proprio oggi stavo messaggiando con Danny, che sta passando un brutto periodo con la sua band, gli HeadCat, dopo la scomparsa di Lemmy. Pensavamo di suonare in qualche festival, anche se ci esibiamo principalmente negli States. Negli Stati Uniti ho avuto modo di suonare in posti come Nashville o Las Vegas, ho incontrato musicisti leggendari ed è stato come frequentare un’accademia del rock’n’roll.
Ma quando vado sui social, vedo che anche se tante persone sono interessate, non molti sanno che la band esiste e suona dal vivo. La fanbase che abbiamo raggiunto non è lontanamente paragonabile a quella dei The 69 Eyes, ma si tratta più che altro di classici fan del rock ‘n’ roll. La band, però, esiste ed è attiva.

Quali sono i piani futuri dei The 69 Eyes? Prevedete di tornare in Italia?

Stiamo preparando dei piccoli ed interessanti tour e festival. Mi piace molto suonare in piccoli locali con poche persone, come succede con i The 69 Cats. Fosse per me, poi, farei solo tour in Italia e anche per due settimane di fila, perchè sappiamo di avere dei fan fantastici lì. Naturalmente questo dipende dai promoter, per cui spesso siamo costretti ad esibirci in Italia una volta ogni 5 anni e solo nella zona di Milano.
Se qualcuno leggerà quest’intervista, però, sappiate che i The 69 Eyes sono disponibili a suonare nei vostri festival!

Grazie mille Jyrki, è stato un piacere parlare con te!

Grazie a te, ora posso davvero dirti buonanotte [in italiano, ndr].

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