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Surya – Recensione: Apocalypse A.D.

I londinesi Sūrya (il Dio del Sole, nel pantheon induista) giungono con “Apocalypse A.D.” al debutto sulla lunga distanza, soltanto  l’anno successivo alla formazione della band. Il four-piece si esprime attraverso suoni ipnotici e sperimentali che si pongono l’obiettivo di esplorare la musica in profondità e di dipingere una personale visione del mondo dove l’arte stessa è forza creatrice e distruttrice.

Un compito non facile e di certo coraggioso, se consideriamo che i Sūrya propongono uno sludge/doom dai tratti sperimentali affidato soltanto agli strumenti (due chitarre, basso e batteria), relegando la voce a semplici dialoghi campionati che fanno capolino nelle tracce. Una strada impervia la loro, dove il rischio di essere tacciati di presunzione è dietro l’angolo. Eppure, ancora una volta l’etichetta Argonauta Records mostra di aver colto l’impegno di un gruppo non di facile fruizione, ma con un’idea della musicalità e della forma canzone davvero lodevoli.

Acts come i Neurosis, i Sunn O))) e gli Isis, emergono nei passaggi elettrificati e diluiti che attraversano le sei tracce composte dal collettivo londinese. Le vibrazioni droniche di “Dark Clouds Gathering” ci portano ad un brano dai toni inaspettatamente luminosi come “Aghora”, una canzone dove i riff di chitarra perpetuano una melodia portante ariosa e di grande effetto che si snoda lungo il brano. Malinconici arpeggi aprono un pezzo dal groove nettamente più metallico come “Prometheus”, che mette in luce la solidità della sezione ritmica.

Suoni riverberati e lisergici ci accompagnano in un ascolto ostico ma non avaro di soddisfazioni, dove il gruppo sporca di fangoso sludge il suo originale approccio al doom psichedelico, tra esplosioni di rabbia (“Apocalypse A.D.”) e melodie intriganti, talvolta dal sapore mediorientale (“Resurrection Of Care”). Una visione della musica ed un canale espressivo estraneo alle logiche commerciali, rivolti a un pubblico di nicchia.

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