Metallus.it

Hatebreed – Recensione: Supremacy

Per tutti quelli che credevano che il precedente ‘The Rise Of Brutality’ fosse il chiaro segno di un’evidente, e forse irreversibile, marcia indietro a livello qualitativo nella proposta degli Hatebreed, il nuovo ‘Supremacy’ deve suonare parecchio fastidioso.

Infatti, pur non aggiungendo niente di drasticamente nuovo al suono tipicamente metalcore del quintetto (niente voci pulite o intervalli elettronici, ad esempio), ‘Supremacy’ ci mette di fronte ad una band perfettamente conscia delle proprie possibilità e, soprattutto, dei propri limiti. Niente assalti frontali ripetuti e reiterati ad oltranza, ma un’inedita varietà ritmica che sembra nascere proprio da un attento ed intelligente esame degli errori passati.

Le novità passano tutte da un’altra parte, e anche abbastanza lontano, ma è veramente difficile resistere all’opener ‘Defeatist’ o a ‘Destroy Everything’, dove la semplicità e l’immediatezza sono le parole d’ordine in brani che mescolano sapientemente suoni moderni a ritmiche della New York più (Agnostic S)sfrontata. È proprio un ritorno a certi rallentamenti hardcore ottantiani, forse, l’elemento di vera novità di questo disco: a posteriori una scelta decisamente oculata, visto che, se sul lato dell’approccio frontale gli Hatebreed potevano vantare pochi rivali, su quello della varietà iniziavano a mostrare pericolosamente il fianco a colleghi più attenti alle mutate e mutevoli esigenze degli ascoltatori.

Intelligenti sì, ma anche dannatamente bravi.

Exit mobile version