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Superjont – Recensione: Caught Up in the Gears of Application

13 lunghi anni. Questa la finestra temporale che divide il ritorno sul mercato dei Superjoint – ennesimo progetto del poliedrico Phil Anselmo – dal precedente “A Lethal Dose of American Hatred“. E di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta se consideriamo cosa è successo nella vita dell’ex frontman dei Pantera, dalla dipartita con la storica band alla morte di Dimebag Darrell, passando attraverso le esperienze con i Down e dichiarazioni spesso fuori luogo che tanto hanno fatto discutere nell’ultimo periodo. Ma Anselmo non è certo persona che si lascia abbattere facilmente ed ecco il ritorno dei Superjoint, che hanno perso metà del loro monicker e anche parte dei membri fondatori. Del nucleo originario, infatti, restano, oltre ad Anselmo, lo storico chitarrista Jimmy Bower, il tournista Kevin Bond, mentre il batterista Joe Fazzio e il bassista Hank Williams III non fanno più parte della partita, sostituiti rispettivamente da Jose Gonzalez e Stephen Taylor.

Assestata la band, il ritorno dei Superjoint è affidato a “Caught Up in the Gears of Application“, album che si presenta come un pugno forte e violento assestato sul volto dell’ascoltatore, a voler riprendere idealmente la copertina di “Vulgar Display Of Power“. L’opener “Today and Tomorrow” è il manifesto programmatico di questo ritorno, come se il discorso non si fosse interrotto tre lustri or sono. Hardcore diretto e brutale con la voce di Anselmo più in forma che mai, pronta a scaraventarci nel headbanging più sfrenato. La successiva “Burning The Blanket” non è da meno, con un attacco ancora più diretto e aggressivo che si trasforma in un mid-tempo roccioso nella parte centrale. per poi tornare a picchiare forte nel finale. Composizioni brevi, dirette, registrate senza troppi fronzoli, a voler trasmettere quell’urgenza e quella rabbia accumulata durante l’assenza delle scene.

Queste le peculiarità di “Caught Up in the Gears of Application” che prosegue alternando mazzate come “Ruin You“, “Sociapathic Herd Dillusion” o “Asshole“, che si alternano con mid-tempo più magmatici quali “Mutts Bite Too” o “Receiving No Answer To The Knock“, brani in  cui l’influenza dei Down o, comunque, di quel sound Sludge che marchiano in maniera indelebile la carriera di Anselmo. La produzione dell’album è (volutamente?) lasciata rozza, sporca, potente quasi a voler rimarcare l’attitudine dei Superjoint, sebbene questa scelta alla lunga risulti monotona, andando a mortificare la prova dei singoli membri della band.

In conclusione, il ritorno dei Superjoint non è di certo all’altezza dei precedenti lavori, mancando della freschezza degli esordi, però resta un lavoro godibile, dall’anima hardcore spiccata, che conquista per una manciata di hit.

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