Sunbomb – Recensione: Light Up The Sky

Nonostante il debutto dei Sunbomb non ci avesse convinto fino in fondo, soprattutto a causa della sua natura derivativa e della mancanza di personalità che l’album a più riprese evidenziava, l’idea di sentire nuovamente al lavoro “due grandi del hard & heavy made in U.S.A. come Tracii Guns e Michael Sweet” continuava a solleticarci. E lo stesso deve aver pensato anche Serafino Perugino, presidente di Frontiers Music e fautore di questa collaborazione, se a quel primo “Evil And Divine” è giunto il momento di dare un (degno) successore. Composto interamente dal chitarrista californiano, per poi essere affidato all’ugola del co-fondatore degli Stryper, “Light Up The Sky” si compone di undici tracce e si propone, solidificando ulteriormente il proprio sound, di stabilire una connessione ancora più forte con l’heavy tradizionale, e non solo di matrice americana: con Black Sabbath, Ozzy Osbourne, Dio e Judas Priest a fare da numi tutelari, il fatto che questo secondo album aspiri a suonare allo stesso tempo energico e potente rappresenta il migliore dei modi per intraprenderne – carichi di luce e di speranza – l’ascolto. “Unbreakable” è la prima traccia ed il primo singolo, una circostanza che la carica di importanza e responsabilità. La pesantezza gommosa e quasi stoner del suo riffing è una prima sorpresa, perché ci restituisce una formazione meno ariosa e sbarazzina: i riferimenti ai Black Sabbath sono ancora più evidenti che in passato ma il brano funziona, anche grazie ad una ripetitività ossessiva che in occasione del ritornello trova un’ariosità ed un dinamismo di impronta più moderna, quasi liberatoria.

Con la seguente “Steel Hearts” siamo ancora una volta in territorio classico, virando questa volta verso il metal interpretativo in quota Rainbow / Dio. Tuttavia l’autenticità del brano vale ad oscurarne, almeno in parte, la sua diretta discendenza: suoni ed esecuzione, includendo nella valutazione anche la prova di Adam Hamilton alla batteria e Mitch Davis al basso, sono entrambi convincenti al punto che gli ultimi elementi fuori posto diventano il nome troppo solare della band ed una copertina che solo in parte racconta la sostanza densa di questo secondo lavoro, capace di regalare un’esperienza che su disco – accattivante il vinile rosso proposto senza sovrapprezzo dall’etichetta di Napoli – acquisterà ancora più di fascino e significato. Tra i fattori più apprezzabili di “Light Up The Sky” c’è il fatto che molto del suo materiale non avrebbe potuto trovare spazio nella discografia degli Stryper o degli L.A. Guns, giustificando l’esistenza stessa del progetto: è il caso ad esempio di una “In Grace We’ll Find Our Name” di sei minuti nella quale le influenze seventies sono presenti al punto da diventare piacevolmente ingombranti o di una title-track nel quale ritmiche battenti, cori femminili da horror italiano degli anni settanta ed un riffing che si fa notare rivelano tutto l’impegno speso, in questa occasione, a favore di un approccio più personale e di una ricerca che, in molti dei suoi momenti, ha condotto a risultati assolutamente notevoli. Apprezzabile infine, anche la circostanza che le energie siano ben bilanciate all’interno dell’album, con episodi più brevi ed immediati (“Scream Out Loud”, “Reclaim The Light”) che sbrigano degnamente la pratica in due o tre minuti: un fattore che aggiunge non solo durata ma anche una varietà di approccio compositivo e situazionale che non si può non registrare con favore, anche alla luce di risultati godibili come quelli offerti dalla balladWhere We Belong”.

Trattandosi pur sempre dell’amorevole frutto di un side project, che deve necessariamente partire da basi posate da altri per bruciare i tempi, non è che da “Light Up The Sky” ci si possa aspettare una prova rivelatoria, completamente originale o capace di abbattere barriere metalliche che negli anni abbiamo imparato ad amare, identificare e persino pretendere. Tuttavia, questo album esibisce una natura analogica e decadente (“Winds Of Fate”), energica ma allo stesso tempo disillusa (come si conviene ad artisti non di primo pelo), che lo rende verace ed autentico, perfettamente calato in una dimensione mitica dell’heavy ma anche agganciato al contemporaneo grazie alla potenza del suo messaggio cristiano di perseveranza e resilienza (“Beyond The Odds”). Ed il fatto che più li ascolti e più ti prendono, questi quarantacinque minuti di materiale, è tutto ciò che serve per confermare la bontà di questa collaborazione e la lungimiranza di chi – dopo un debutto più conservativo ed interlocutorio – ha intuito che le potenzialità ancora inespresse fossero ben altre, e meritassero una seconda possibilità.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2024

Tracklist: 1. Unbreakable 2. Steel Hearts 3. In Grace We'll Find Our Name 4. Light Up the Skies 5. Rewind 6. Scream Out Loud 7. Winds of Fate 8. Beyond the Odds 9. Reclaim the Light 10. Where We Belong 11. Setting the Sail
Sito Web: facebook.com/SunbombMetal

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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