Sum 41 – Recensione: Heaven :x: Hell

“Why doesn’t anything good ever last?”

È proprio Deryck Whibley a chiederselo nella traccia conclusiva di “Heaven :x: Hell”. Per chi si fosse perso la notizia: il quintetto ha annunciato che, alla fine del tour di supporto per questo doppio album, la band chiuderà i battenti. Da un lato ben venga la mentalità “fuori col vecchio, dentro col nuovo”, visto anche che in questi anni i dischi punk più riusciti sono frutto di progetti giovani. Dall’altra, con i Sum 41 si chiude un capitolo nella vita di molti ascoltatori di musica alternativa. Ho perso il conto di quante persone mi hanno detto di essersi avvicinate al punk grazie ad “All Killer, No Filler”, o al metal grazie a “Chuck”. Io stesso devo molto alla band canadese per quanto riguarda l’evolversi dei miei gusti musicali. Prima che questa recensione diventi un elogio funebre (lungi da me associarmi ad un prete), cos’è “Heaven :x: Hell”? 

Ad inizio articolo ho parlato di un doppio album, “Heaven” ed “Hell” appunto. No, non l’idea più originale dei cinque. Heaven rappresenta le sonorità più scanzonate che hanno caratterizzato progetti come il sopracitato “All Killer…” o il fan-favorite “Does This Look Infected?”. Hell, invece, fa il verso a progetti più cupi della band come “Chuck”, “Screaming Bloody Murder” od “Order In Decline”. 10 pezzi per entrambi i dischi, per un lavoro dalla durata complessiva di 55 minuti e spicci. Decisamente un concetto ambizioso per un ultimo album, la cui realizzazione è però riuscita in pieno. Per esempio, ci troviamo a primo impatto forse la partenza più disarmante nella discografia dei Sum. I primi tre pezzi del lato Heaven sono praticamente perfetti nel contesto. Tra la sud-californiana “Waiting On A Twist Of Fate”, il singolone “Landmines” e l’incazzatissima “I Can’t Wait” non potevo chiedere un inizio migliore. E nonostante “Time Won’t Wait” sia un po’ un cliché come composizione, funziona davvero bene. Ma soprattutto lascia spazio a “Future Primitive” che sprizza “Does This Look Infected?” da tutti i pori. Decisamente uno dei miei pezzi preferiti dell’intero progetto. Anche la successiva “Dopamine” ha un altissimo potenziale come singolo visto il maledettissimo ritornello che è impossibile da dimenticare. Fin qui tutto sorprendentemente al di sopra delle aspettative. Sfortunatamente, in un’uscita che a somme tirate comprende 20 pezzi, è facile iniziare a perdere un filo di momentum di tanto in tanto. Con nessuna particolare variazione nelle dinamiche, “Not Quite Myself” e “Bad Mistake” risultano pezzi troppo canonici. Non eccezionali, non fallimentari. La forza di un buon disco sta anche nel riprendersi da questi cali di attenzione, e dio mio se “Johnny Libertine” mi ha dato una svegliata. Rapida, nostalgica, divertente. Si vocifera derivi da una demo del periodo di “Underclass Hero” e ad orecchio ci credo eccome. Arrivati all’ultima traccia del disco uno inizio a chiedermi: “Ma le ballad?”. Non che serva scrivere una tracklist su Excel per far si che ci siano tutti i tipi di canzoni possibili. Però se l’obiettivo era fare un recap delle sonorità che hanno contraddistinto la carriera della band, le ballate sono una parte importantissima. Chiedi e ti sarà dato: “Radio Silence” è la canzone a bassa intensità che mancava al progetto fin qui. Tutto sommato, nonostante alcuni momenti che ricordano Steve Buscemi con lo skate che chiede “How do you do, fellow kids?”, il lato Heaven funziona e diverte. Parecchio.

Il lato Hell, d’altro canto, pecca un filo più di ridondanza. Anche qui però, la partenza è folgorante. “Prepararsi A Salire” (si Sum 41, è preparaRsi non preparasi) fa da intro a “Rise Up”. Davvero, perdonate la sindrome del grammar-nazi, ma nessuno nel team enorme tra band ed etichetta si è accorto dell’errore? No? Nessun parente italiano che tra una pizza ed un mandolino ha letto la tracklist? Questa cosa mi tormenterà nel sonno. Dove eravamo rimasti? Giusto, “Rise Up”. Una perla, la classica sfuriata mezza hardcore colma di riffoni. Il guitar work di Brownsound è in linea con le metriche a cui ci ha abituato. Anche se molti degli assoli soffrono della stessa malattia di cui soffrono gli assoli di Kirk Hammett in questo millennio. Che in parte è anche azzeccato visto che i Sum hanno sempre un po’ scimmiottato i Metallica (“The Bitter End” docet). Da qui, forse per la fatica di trovarsi in un mare di canzoni punk più o meno simili, o forse per l’esecuzione un po’ più forzata nel voler essere cupa, il disco inizia a perdere interesse. “Over The Edge” ed “House Of Liars” sono comunque note positive. Segue una cover un po’ campata per aria di “Paint It Black”, classico degli Stones. Non che la cover sia male di per se, ma non aggiunge molto ne alla canzone originale, ne al contesto del disco in cui si ritrova. Poi diciamolo, ogni cover punk di “Paint It Black” è automaticamente inferiore a quella degli Unseen. Fortunatamente, le ultime due tracce sono di altissima fattura e portano la carriera di uno dei gruppi più importante del genere ad un finale dolceamaro. 

A posteriori, forse ad “Heaven :x: Hell” si potevano tosare un paio di tracce, rinunciando alla gimmick che comunque non brilla di originalità. E forse se il disco non fosse stato diviso in due non avremmo avuto una delle copertine più brutte di questo decennio. Davvero, il livello è “Tizio x e la sua prima lezione su Photoshop”. Pagata cinque euro da Udemy.
Quello che però risalta davvero è la voglia di regalare ai fan un lavoro che riconnette la band alla sua più pura essenza. E su questo non mi sentirete mai lamentarmi. Mi ha ricordato un po’ quello che “One More Time…” ha rappresentato per i blink-182. Con la differenza che “Heaven :x: Hell” è prodotto competentemente e non suona malissimo come il sopracitato. Grazie Mike Green, sei il numero uno. E grazie ai Sum 41 per aver contribuito alla crescita musicale di moltissimi di noi. Ci vediamo dall’altra parte, che sia in heaven o in hell.

Etichetta: Rise Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. Waiting On a Twist of Fate 02. Landmines 03. I Can't Wait 04. Time Won't Wait 05. Future Primitive 06. Dopamine 07. Not Quite Myself 08. Bad Mistake 09. Johnny Libertine 10. Radio Silence 11. Prepararsi a Salire 12. Rise Up 13. Stranger in These Times 14. I Don't Need Anyone 15. Over the Edge 16. House of Liars 17. You Wanted War 18. Paint It Black 19. It's All Me 20. How the End Begins
Sito Web: https://www.sum41.com/

Matteo Pastori

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Nerd venticinquenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco.

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