Klimt 1918: Studio report

Per chi scrive, ‘Undressed Momento’, album di debutto dei Klimt 1918, era e resta tuttora il miglior esordio uscito dall’Italia (e non solo) nel 2003: una miscela praticamente perfetta di pop, rock, new wave e metal che aveva quasi del miracoloso, tanto da convincere perfino i capi dell’etichetta tedesca Prophecy, nome sempre più di rilievo negli ultimi tempi nella scena europea, a mettere sotto contratto i quattro romani, in precedenza accasati presso la nostrana (ed ottima) My Kingdom Music. Capirete dunque che la possibilità di poter ascoltare in anteprima il suo successore ‘Dopoguerra’, in uscita a Gennaio, era una di quelle occasioni da non lasciarsi sfuggire assolutamente: l’appuntamento era fissato negli accoglientissimi Outer Sound Studios di Giuseppe Orlando dei Novembre, un vero e proprio esempio vivente di professionalità e passione, con la band presente al gran completo e pronta a sottoporsi al "terzo grado" dei presenti.

"Dopoguerra", dunque: "Un disco in cui il tema dominante è quello della speranza, della volontà di andare avanti in un periodo di rinascita culturale e spirituale" commenta Marco Soellner (chitarra e voce). "Laddove ‘Undressed Momento’ era un disco più intimista, filtrato e ragionato sotto un’esperienza lunghissima, ‘Dopoguerra’ è anche un "Dopo Undressed Momento", ma sempre caratterizzato da sentimenti malinconici". Un disco che non manca di stupire e spiazzare sin dal primissimo ascolto: si parte alla grande con ‘They Were Wed By The Sea’, opener perfetta e collaudata in precedenza dal vivo, che ha già la statura del classico, con un flavour che rimanda ai primi U2 e dove si mettono da subito in evidenza quelle influenze post-rock che caratterizzano tutto ‘Dopoguerra’.

New Wave meets Post-rock??? Sì, avete letto bene, post-rock. E’ questa la grande novità dell’album, una novità inedita e completamente inaspettata: "Le influenze post-rock del nuovo album derivano dai nostri attuali ascolti" continua Marco "personalmente gruppi come Godspeed You Black Emperor, Explosions In The Sky, Silver Mt. Zion e in generale i gruppi della Constellation rappresentano il 90% dei miei ascolti attuali, ed abbiamo cercato di estrapolare dai nostri ascolti determinate tecniche, chitarristiche e non, per applicarle alla nostra proposta. Siamo molto attirati da questo genere di musica da "soundtracking", ma noi, per fortuna o purtroppo, siamo più legati alla forma canzone, e così vogliamo continuare."

E si parla sempre di grandi canzoni, continuando con ‘Snow Of ’85’, dove i richiami più forti sono, sin dal titolo, da ricercarsi negli anni ’80, e ‘Nightdrivers’, ‘ dalle atmosfere più soffuse ma dotata di un eccezionale ritornello e di un finale dove le influenze succitate sono nette; non possono poi mancare i richiami wave, soprattutto nella batteria, che si concretizzano ad esempio in ‘Rachel’, brano più rilassato e degna erede di ‘That Girl’, contenuta nel precedessore.

Novità e tradizione: se della grande novità abbiamo già parlato, permane invece la scelta di utilizzare il nostro idioma, come testimoniato da ‘Dopoguerra’ e ‘La Tregua’, sicuramente tra i vertici assoluti del disco, due brani separati ma idealmente e musicalmente uniti, che si rivelano complementari tra di loro. La prima si segnala di nuovo per il lavoro di batteria e per le atmosfere dolci e solari, mentre la seconda si rivela irresistibile sin dall’inizio e con una cura eccezionale per gli arrangiamenti, capace di risuonare in testa a giorni e giorni di distanza

E’ poi il turno del trittico finale, sicuramente il più "duro" del lotto, in particolare proprio con gli ultimi due brani: mentre infatti ‘Because Of You’ rimanda sin dall’inizio a qualcosa dei Cure del periodo più pop, giocando sugli arpeggi e potendo vantare un fenomenale break centrale per voce e tastiera che conquista da subito, ‘Lomo’ è caratterizzata da un costante e nervoso crescendo, che apre la strada alla conclusiva ‘Sleepwalk In Rome’, dal coinvolgente finale cantato in italiano.

Alla fine dell’ascolto prevale l’unanime giudizio positivo di tutti i presenti: ci troviamo di fronte ad un ottimo lavoro, costato un mese e mezzo di lavoro intensivo, graziato dall’ennesima, ottima produzione ad opera degli Outer Sound, questa volta forse più "rock" del solito, e capace sempre di essere riconoscibile, ma con quel tocco che rende personale ogni gruppo. Il passaggio dalla My Kingdom alla Prophecy viene vissuto come un passo avanti: i nostri sono consci di quanto di buono fatto in passato dall’etichetta campana, ma sono anche pronti a sfruttare quest’occasione, entrando a far parte di un roster di inestimabile valore (Arcturus, Green Carnation, Elend, The Third And The Mortal giusto per citare alcuni nomi…) e con l’intenzione, come conferma Marco, "di arricchire l’etichetta con un sound forse leggermente diverso dai propri standard, ma comunque di qualità"

Mancano solo alcuni dettagli da sistemare come il mastering, effettuato proprio in questi giorni presso i Finnvox Studios di Helsinki, e l’artwork: "Per l’artwork abbiamo di fronte due scelte" interviene il fratello di Marco, Paolo (batteria e percussioni) "siamo ancora in dubbio tra un qualcosa di più elaborato, legato alla fotografia e vicino al post-rock oppure qualcosa di più mainstream ed iconografico, siamo in balia di due stili e dobbiamo decidere dove collocarci, la musica porta da entrambe le parti"

Questa affermazione fa scattare infatti la, purtroppo inevitabile, domanda:come, e soprattutto DOVE, collocare questo disco? Un caso che viene subito alla mente è quello degli Anathema, da anni musicalmente lontani dalla scena metal eppur, sotto alcuni aspetti, ancora lì confinati: un caso affine? Marco la vede così: "Il nostro obiettivo sarebbe quello di portarci dietro gli ascoltatori: non abbandonare l’audience metal per prenderne un’altra, bensì fare in modo che gli ascoltatori ci seguano. Nel caso degli Anathema, la loro alla fine è una posizione congeniale: innanzitutto hanno delle origini metal che non possono essere negate, come le nostre, ed inoltre è vero che per certi versi è una posizione restrittiva, perchè non raggiungi il mainstream, ma dall’altra parte io mi sentirei sollevato se il mio pubblico, grazie alle mie influenze, ascoltasse anche generi diversi dal metal. Grazie a gruppi come Anathema, Opeth, Katatonia si trova la voglia e l’interesse di ascoltare altre cose, o meglio, di integrare il metal con altre cose"

A chiudere, invero saggiamente, la discussione interviene Davide Pesola (basso), con una frase su cui forse sarebbe il caso di riflettere…. "Con ‘Undressed Momento’ abbiamo capito che le regole del pop valgono in qualsiasi genere, anche in un audience metal : se una canzone è bella la canti…".

Non potevamo chiedere conclusione migliore.

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