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Stormburst – Recensione: III

La lussureggiante provincia di Dalarna è conosciuta anche come “Svezia in miniatura”, perché dentro i suoi piccoli confini è possibile godere di tutti quei meravigliosi paesaggi – foreste, laghi, montagne, praterie – che contraddistinguono in senso più generale il Paese scandinavo. Dal punto di vista culturale, invece, nell’area è possibile visitare la casa di Carl e Karin Larsson (pittore il primo, designer la seconda) e lo Zorn Museum, dedicato ai ritratti ed agli acquerelli del pittore Anders Zorn. Venendo a noi, Dalarna è anche l’area dalla quale provengono gli Stormburst, formazione dedita al rock melodico che oggi conta tra le sue esperte fila Lars-Åke “Plåtis” Nilsson alla voce (Keen Hue), Kent Jansson al basso (Six Feet Under, Keen Hue, Steam), Thomas Hansson alla chitarra (Steam, Coastline), Pelle Hindén alla batteria (Eternal Of Sweden) e Peter Östling alle tastiere (Six Feet Under). Formato nel 2014 con l’idea di proporre da subito materiale originale, il quintetto avrebbe poi pubblicato “Raised On Rock” nel 2017 ed il suo successore “Highway To Heaven” a tre anni di distanza. Con pietre miliari distanziate di tre anni l’una dall’altra, il 2023 sembra dunque l’anno perfetto per dare alle stampe “III”, il terzo lavoro al quale tradizionalmente spetta il compito della definitiva conferma. Ponendosi stilisticamente nei paraggi di Newman, Elevener, Universe Infinity e Creye, gli Stormbust offrono quarantacinque minuti di rock magari non rifinitissimo ma – lo diciamo a costo di rovinare la sorpresa – davvero godibile e capace di raggiungere vette qualitativamente elevate.

Stormburst - When The Worlds Collide (Official Lyric Video)

Registrato tra dicembre e febbraio, il disco non presenta quella produzione stellare che spesso associamo al rock scandinavo, ma tutto suona bene abbastanza per garantire l’efficacia dell’openerGet Up On Your Feet”, brano che si fa volere bene per la positività del messaggio, l’efficacia dei cori e – perché no – per l’ingenuità del suono di motocicletta posto all’inizio ed alla fine della canzone. Il cantato di Nilsson non è dei più levigati e nella balladLost In Paradise” arranca un po’ ma complessivamente ed a suo modo funziona, il basso si concede alcune divertenti passeggiate tra le note (“Higher Power”), la batteria è suonata con una trascinante energia (“Little By Little”) e, nonostante le soluzioni proposte non si possano certo definire originali, il disco funziona così bene da arrivare addirittura a sorprendere.

Il bello bisogna andarselo un po’ a cercare, insomma, ma non è detto che il lavoro di scoperta al quale questo album ti costringe non sia una delle sue caratteristiche più interessanti: nonostante una presentazione che difficilmente si potrebbe definire luccicante, che in fondo anche la copertina è così così, il buono c’è e per trovarlo è necessario scavare, ma non così nel profondo da diventare un esercizio di ostinazione frustrante. La successiva “Peace Of Mind”, benchè non spettacolare dal punto di vista delle melodie né da quello degli arrangiamenti, ha ad esempio il merito di settare il mood dell’intero progetto: tra il bell’assolo di chitarra ed il finale decisamente brusco c’è una canzone orecchiabile che è anche un piccolo inno alla serenità con la quale si dovrebbero affrontare la vita, le relazioni e magari anche l’ascolto di un disco di rock melodico.

La vera sorpresa arriva però con le tracce successive perché, prese un po’ le misure durante i primi minuti, “III” vira improvvisamente verso sonorità più seriose ed atmosfere meno luminose, cominciando a proporre una sorprendente alternanza tra scanzonate storie d’amore e rock’n’roll alla Scorpions (“Wild And Crazy”, “Rockin’ On The Radio”) ed altre come “Hold On” e “Self Destruction” nelle quali la tensione delle orchestrazioni raggiunge intensità e maturità notevoli, non troppo lontane dai momenti più belli di un album che dovrei tornare ad ascoltare più spesso: quel “Dreamcatcher” che i Last Autumn’s Dream pubblicarono in Europa nel 2009.

Curiosamente, “III” potrebbe rappresentare un ascolto interessante e formativo per tutte quelle band italiane che vorrebbero spiccare il salto verso un AOR di matrice più internazionale: questo disco infatti sembra rappresentare la tappa evolutiva intermedia, proprio quella nella quale molti dei nostri tristemente si impantanano, riuscendo a costruire un piacevole ponte tra le produzioni meno elaborate e quelle ultra-rifinite – ed allo stesso tempo ricche di contenuti – che arrivano copiose ed impietose dal Grande Nord. Per tutti gli altri questo terzo lavoro offre un valido pretesto per fare la conoscenza degli Stormburst, una realtà che sarebbe un peccato ignorare per il modo in cui sta costruendo un suo percorso artistico all’insegna della positività, della freschezza e di quel pizzico di sana ambizione che non deve mai mancare se davvero si vuole mirare alle stelle.

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