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Spirits Of Fire – Recensione: Embrace The Unknown

Gli Spirits Of Fire appartengono a buon diritto alla schiera delle superband: ai membri originali Chris Caffery (Savatage, Trans-Siberian Orchestra), Steve DiGiorgio (Testament, Death) e Mark Zonder (ex-Fates Warning, Warlord) si aggiunge infatti per l’occasione il nostro Fabio Lione (Angra, Rhapsody), in sostituzione di un peso massimo quale Tim “Ripper” Owens (ex-Judas Priest). “Embrace The Unknown” costituisce quindi il secondo lavoro, a distanza di tre anni dal debutto discografico, di una formazione che già a leggerne i componenti promette un’ora abbondante di sano heavy-metal in stile Judas Priest / Savatage. La produzione a cura del chitarrista Aldo Lonobile (Secret Sphere, Archon Angel, Sweet Oblivion e Death SS) sembra infine essere la classica ciliegina sulla torta in grado di portare in consolle quel tocco di italica creatività e sensibilità in grado, a volte, di fare la differenza. Heavy, in effetti, “Embrace The Unknown” lo è senza dubbio: l’openerA Second Chance” trasuda classicità da tutti i pori, dal riffing alla timbrica storicamente accurata di Lione (peraltro autore di testi e linee vocali), passando per il tipico assolo un po’ appiccicato, tutto cospira per immergere l’ascoltatore nei suoni di quarant’anni fa. Solo la costruzione dei brani appare artefice – o vittima – di una parziale spinta evolutiva: alcuni intermezzi strumentali si dilungano alludendo a qualcosa di diverso e più ambizioso, compromettendo la fluidità dell’ascolto in nome di una complessità maggiore che va assaporata con più testa che cuore.

Se a tutte le tracce va riconosciuto un forte impegno compositivo, il tallone d’Achille dell’album sta soprattutto nella mancanza di una sintesi efficace tra le sue componenti: se alcuni episodi si presentano relativamente spogli (“Wildest Dreams”, “House Of Pain”), altre si spingono fino ai pericolosi confini dell’incartato (“Into The Mirror” ed “Hearts In The Sand”, che parte bene ma poi sa tanto di occasione sprecata), proponendo due visioni troppo lontane tra loro per mettere davvero a fuoco la natura di questa nuova formazione. E, come spesso accade, sono gli episodi meno pretenziosi a lasciare l’impressione migliore: “Remember My Name”, ad esempio, è un lento semi-acustico e di atmosfera per cui non vale la pena scrivere a casa, ma capace di comunicare sottopelle grazie all’interpretazione di Lione, all’intensità dell’assolo di chitarra ed alla netta rinuncia ad ogni forma di inutile barocchismo (al contrario della conclusiva e deludente “Out In The Rain”). Per il resto, tra una “Resurrection” che richiama alla memoria i Testament degli anni novanta, “Sea Of Change” che è una ballad ma solo a metà ed una “Shapes Of A Fragile Mind” che mi ha fatto pensare senza eccessivi rimpianti alla fase pallosa degli Iron Maiden, “Embrace The Unknown” assume traccia dopo traccia le fattezze di un compendio competente e tortuoso, di una corposa antologia la cui personalità va scovata in una combinazione sfuggente di cori di gusto epico, tentativi (timidi, rarefatti  purtroppo skippabili) di modernizzazione ritmica ed una sensazione verosimile di pesantezza semplicemente perfetta per chi intende suonare un heavy vero, puro, grasso, orgogliosamente prolisso e per la maggior parte incontaminato.

Se valutato in senso assoluto, a prescindere cioè dalle quattro decadi che ormai ci dividono dalla nascita di queste sonorità, “Embrace The Unknown” è un disco fiero e potente (come avrebbero detto gli Extrema), con i piedi ben piantati bene a terra e qualche divagazione stilistico/retorica che, all’epoca, ci avrebbe per la prima volta introdotto alla fascinazione dotta e sincopata del prog (“My Confession”). Se quindi l’operazione nostalgia può dirsi pienamente riuscita (con tanto di ringraziamento personale per la possibilità di tornare ad utilizzare – in modo pertinente – il tanto bistrattato tag “heavy metal”), raccomanderei una cautela maggiore agli amanti del piatto rivisitato, quello che la sera del primo appuntamento ci permette di sentirci almeno un po’ alla moda pur continuando a mangiare le solite cose di mamma. Per loro “Embrace The Unknown” sarà un disco da scalare più che da ascoltare, perchè evidentemente per Cafferty, DiGiorgio e Zonder gli Spirits Of Fire costituiscono più un’occasione per ricordare i bei tempi andati senza aggiungere con convinzione niente di nuovo, piuttosto che un progetto invitante in nome del quale soddisfare nuove e curiose pulsioni. Peccato. Oppure no.

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