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Spektr – Recensione: The Art To Disappear

Tre anni dopo “Cypher”, i parigini Spektr tornano sul mercato discografico con “The Art To Disappear”, quarta fatica sulla lunga distanza per quello che è certo uno degli act più particolari annoverati dal rooster di Agonia Records.

“The Art To Disappear” ricalca perfettamente gli incubi elettronici del suo predecessore. Estraniante e terribilmente freddo, il nuovo parto mentale di kl.K. e Hth ci porta sui lidi desolati della commistione tra black metal strumentale (e per sua natura privo di orpelli) e un industrial cacofonico e ossessivo, scandito da una musica d’ambiente cupa e marziale.

Un viaggio in un brutto sogno spersonalizzante dove gli effetti sonori si violentano in totale anarchia e la quasi assenza della voce (utilizzata in brevi narrazioni o come se fosse un vero e proprio strumento, tra grida e vocalizzi di vario genere) rende il tutto ancora più ostico, buio e difficilmente riconducibile a una definizione.

Il panorama lirico ricercato esplora le derive più oscure dell’inconscio umano (le tematiche sono prossime ad altri acts come i Blut Aus Nord o i Deathspell Omega) e rappresenta il valore aggiunto di un platter che non vuole essere assolutamente di facile  ascolto o rispondere a esigenze di intrattenimento.

Il duo transalpino continua a fare male e non presenta interesse alcuno ad uscire dalla nicchia underground dove si è generato. Quel piccolo ma invincibile pubblico consumatore delle sonorità sotterranee potrà accogliere la nuova opera dei francesi come un importante tassello di una discografia mai scesa a patti con le logiche del music business.

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