Steve Howe – Recensione: Spectrum

E’ forte il rischio di ripetersi, di continuare a dire e scrivere sempre le stesse cose, con qualche piccola variante dettata dal particolare momento dell’ascolto, eppure anche a mente fredda è difficile trovare qualcosa di nuovo per definire un album strumentale come questo. In assenza di parole, il gioco sulle emozioni è ancora più accentuato e soggettivo. In assenza di un genere preciso in cui sarebbe tanto fastidioso quanto comodo inquadrarlo, è ancora più difficile potersi esprimere sul tipo di pubblico cui ‘Spectrum’ piacerà.

Certo, stavolta -a semplificare leggermente il compito- il nome è altisonante, un nome che non può non rievocare il grande passato di cui è stato protagonista. Inutile anche discutere sull’ispirazione che ha portato ad un lavoro come questo, ispirazione sicuramente sincera in chi ormai non ha bisogno di comporre per vendere, ma può dedicarsi anima e corpo alla musica che realmente scorre nelle sue vene. Difficile negare, però, che ‘Spectrum’ sia un’opera fortemente di nicchia, a meno che non la si usi come semplice solonna sonora, come sottofondo per qualcosa di più totalizzante. In effetti quel che manca, forse, è proprio quello spessore in grado di coinvolgere l’ascoltatore in un’esperienza da ricordare. Stranamente, l’ex chitarrista degli Yes non riesce a lasciare l’impronta della propria personalità su pezzi che finiscono per suonare molto simili l’uno all’altro, pur prendendo spunto da origini diverse.

Tra ambient e fusion, tra rock e blues, con frequenti incursioni nel jazz, Howe suona esattamente come chiunque si aspetterebbe dato il suo pedigree: classe e passione si fondono in melodie che sono accattivanti, senza però riuscire ad essere trascinanti, intriganti senza essere irresistibili. Il problema maggiore consiste in un suono che è troppo pulito e finisce così per risultare spesso freddo.

Inevitabile la solita scissione fra chi ama incondizionatamente il musicista e chi invece si avvicina ad un’opera del genere per pura e semplice curiosità: troveranno probabilmente (parzialmente ingannevoli) conferme i primi, mentre i secondi torneranno ai loro ascolti.

La cosa che è certa è che Howe non verrà certo ricordato per lavori come questo: fa piacere vedere che continui a produrre musica di discreta qualità -per quanto onestamente priva di picchi degni di menzione-, ma i capolavori è meglio cercarli da un’altra parte.

Voto recensore
5
Etichetta: InsideOut/Audioglobe

Anno: 2005

Tracklist: 01. Tigers Den
02. Labyrinth
03. Band Of Light
04. Ultra Definition
05. Ragga Of Our Times
06. Ebb And Flow
07. Realm Thirteen
08. Without Doubt
09. Highly Strung
10. Hour Of Need
11. Fools Gold
12. Where Words Fail
13. In The Skyway
14. Livelihood
15. Free Rein

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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