Speciale Magnum: i dischi in studio 1978 – 2002

Gli inglesi Magnum sono una delle grandissime band “minori” che, pur con una carriera quasi cinquantennale, con qualche momento di discreto successo, soprattutto in patria, non sono mai stati considerati fra i gruppi di primissima fascia. Questo nonostante una qualità musicale sorprendente per livello artistico e costanza negli anni, che li vedrà pubblicare ben 23 dischi in studio (più vari live), tutti perlomeno di buon livello. Autori di una personalissima commistione di hard rock melodico, progressive, pomp, fino ad arrivare a sonorità vicine all’AOR, hanno creato momenti altissimi, epici (ma senza mai scadere nella pacchianaggine) e sognanti, atmosfere da favola e melodie straordinarie. L’autore di tutto ciò è stato il chitarrista Tony Clarkin, eccelsa mente musicale che da sempre ha composto tutte le musiche e i testi della band, affiancato fino dall’inizio al fantastico cantante Bob Catley col quale ha costituito l’asse portante dei Magnum. La sua scomparsa, il 9 gennaio di quest’anno, ha fatto maturare a noi di Metallus questo speciale dedicato alla produzione in studio del periodo 1978 (il debutto discografico) – 2002, visto che da lì in poi le loro uscite discografiche sono sempre state regolarmente recensite su questo portale e che non era mai stato loro dedicato un time warp. È il nostro modo per ricordare un musicista di livello enorme e una band fra le più originali, avvincenti e di elevata qualità di sempre. (Daniele Zago)

Per le recensioni dal 2004 in poi rimandiamo ai link delle stesse: Brand New Morning (2004); Princess Alice And The Broken Arrow (2007); Into The Walley Of The Moonking (2009); The Visitation (2011); Evolution (2011); On The 13th Day (2012); Escape From The Shadow Garden (2014); Sacred Blood, “Divine” Lies (2016); Lost On The Road To Eternity (2018); The Serpent Rings (2020); Dance Of The Black Tattoo (2021); The Monster Roars (2022); Here Comes The Rain (2024);

Kingdom Of Madness (Jet Records, 1978)

Il debutto dei Magnum è subito un buon lavoro che lascia intravedere il notevole potenziale della band. Ancora decisamente immerso nell’ambiente prog degli anni ‘70 e debitore di gruppi quali Jethro Tull e Blue Öyster Cult, il disco mostra già alcune caratteristiche salienti della formazione inglese, come il gusto per le grandi melodie, le atmosfere sognanti e le composizioni raffinate e mai banali.

Le influenze progressive si sentono eccome nella lunga opener “In The Beginning”, pezzo in cui Tony Clarkin presenta il proprio visionario talento. Un talento che però si sa esprimere anche su brani immediati, dal minutaggio contenuto ed efficaci fin dal primo ascolto, come le successive “Baby Rock Me”, “Universe”, ma soprattutto la magistrale title track, canzone al tempo stesso potente e delicata, nonché cavallo di battaglia dei Magnum in sede live.

Tra richiami al prog e divagazioni più vicine a un primordiale heavy metal, l’album è ancora un po’ acerbo e il suo livello qualitativo non rimane del tutto costante nella seconda parte. Siamo in ogni caso al cospetto di un signor biglietto da visita per una band che in seguito scriverà la storia del rock. (Matteo Roversi)

Magnum II (Jet Records, 1979)

Dopo l’eccellente debutto, i Magnum consolidano il loro sound col loro secondo lavoro, intitolato semplicemente “Magnum II”. Prodotto da Leo Lyons, bassista dei Ten Years After, rispetto al primo disco è un passo avanti nel maturare lo stile che fin da allora li caratterizzava. In questo ultimo scorcio degli anni ’70 la band, che conferma la formazione del debutto, ha influenze progressive più marcate che nel futuro, tantopiù che si può parlare, per i primi due dischi, di vero e proprio hard prog, come nell’opener “The Great Adventure”. La linea più leggera è però già riscontrabile in pezzi come “Changes” o “Foolish Heart”, mentre le magnifiche “The Battle”, “Firebird” e soprattutto “Reborn” mostrano il lato più epico ed evocativo. Una menzione la meritano senz’altro “If I Could Live Forever”, delicata ma intensa, con una prestazione vocale da parte di Catley memorabile, la mini suite “So Cold The Night” con i suoi continui cambi d’atmosfera, e la perla melodica “Stayin’ Alive”. Il crescendo di “All Of My Life” chiude un disco magnifico, il vertice della primissima fase della loro carriera e in generale uno dei più significativi dell’intera discografia. Complice il lavoro del tastierista Richard Bailey, che resterà nella formazione fino al 1980, troviamo i Magnum più legati ai seventies, con una varietà e fantasia compositiva straordinarie. Segnaliamo che il disco costituirà anche l’ossatura del live “Marauder” del 1980, che, anche se su questo speciale non vengono trattati i dischi dal vivo, è uno di quelli da avere. (Daniele Zago)

Chase The Dragon (Jet Records, 1982)

La band, a discapito di un riscontro di vendite che fatica a decollare, si impegna in un’intensa attività concertistica, che la vedrà supportare nomi come Whitesnake, Blue Öyster Cult, e gli astri nascenti della N.W.O.B.H.M. Def Leppard. È proprio nel tour con questi ultimi che Bailey lascia, e viene sostituito da Mark Stanway, che diventerà il tastierista di più longeva permanenza nella band. Nel 1982 tornano in studio sotto l’egida del produttore Jeff Glixman (vanterà la collaborazione con nomi quali Black Sabbath, Kansas, Gary Moore, Malmsteen ecc.), e il risultato si chiamerà “Chase The Dragon”. L’apertura di “Soldier Of The Line”, solenne e drammatica col suo crescendo, costituirà, assieme a “The Spirit”, col suo inizio folk medioevaleggiante e l’esplosione di uno dei riff e dei cori più epici di sempre e “Sacred Hour” con un’intro pianistica da antologia, un’interpretazione vocale fra le migliori della storia della band e uno sviluppo che trasporta in altre dimensioni, un trittico da sogno, a tutti gli effetti fra i brani più importanti e amati di tutta la carriera dei Magum. Attenzione però, tutto il disco funziona a meraviglia, con momenti più “leggeri” (“On The Edge Of The World” e “Walking The Straight Line”), i moog ariosi e la melodia aperta di “We All Play The Game”, il riff hard rock e gli sviluppi epici della cavalcata “The Teacher” e “The Lights Burned Out”, intensa ballad che chiude un disco fenomenale.

“Chase The Dragon”, che sarà il primo disco ad avere un certo riscontro di vendite (17° posto in Inghilterra), è considerabile un ponte in perfetto equilibrio fra i primi Magnum e tutto ciò che arriverà successivamente, il livello del songwriting rasenta la perfezione e anche la produzione rappresenta un notevole passo avanti.  Da notare che è il disco che vedrà per la prima volta la collaborazione della band con il grandissimo illustratore Rodney Matthews, quello che meglio di tutti darà concretezza grafica alle immagini musicali dei Magnum, fino a diventarne quasi un sesto elemento, tanto sarà fecondo e caratterizzante il loro incontro artistico. Molti lo considerano il miglior disco dell’intera loro carriera, di sicuro è quello da consigliare se si cerca qualcosa che li rappresenti al meglio. (Daniele Zago)

The Eleventh Hour (Jet Records, 1983)

L’ultimo album per la Jet è anche uno dei lavori più variegati dei Magnum, differente sia dal predecessore “Chase The Dragon”, del quale non riesce a bissare il successo commerciale, sia dalla direzione che la band intraprenderà definitivamente con il cambio di etichetta. Per “The Eleventh Hour” la band avrebbe voluto un produttore di chiara fama ma alla fine il compito tocca a Tony Clarkin: il risultato è che le sonorità sono di nuovo più ruvide ma non per questo meno dirette, gli arrangiamenti più sobri ma comunque ad effetto.

Si passa dall’incedere sincopato di “Breakdown”, punteggiato dal pianoforte di Mark Stanway, squisito protagonista anche della groovy “One Night Of Passion”, alla melodrammatica “The Word” passando per la liquida e ammiccante “Hit And Run” arrivando alle tinte pomp della conclusiva “Road To Paradise”: la sensazione, rispetto alla maggioranza dei lavori che sono stati e soprattutto di quelli che verranno, è quella di un’eterogenea collezione di brani più che di un’opera coesa, ma questo non è un difetto.

“The Eleventh Hour” presenta ancora qualche tratto della deliziosa ingenuità che caratterizza la prima fase dei Magnum, e forse per questo spicca con il suo cuore e la sua passione, oltre a testimoniare in maniera unica la straordinaria versatilità compositiva di Clarkin. (Giovanni Barbo)

On A Storytellers Night (FM Records/Polydor, 1985)

L’album che completa la metamorfosi della band è costellato di pezzi semplicemente fantastici, a cominciare dalla monumentale ed epica apertura affidata ad “How Far Jerusalem”. Ma a colpire, al contrario di quanto avvenuto con “The Eleventh Hour”, è come si abbia l’impressione di essere risucchiati dall’inizio alla fine dentro una lunga storia, avvolti da quel calore evocato dal camino raffigurato nella splendida copertina firmata da Rodney Matthews.

On A Storyteller’s Night” è prodotto da Kit Woolven, già alla consolle per Thin Lizzy, Phil Lynott e David Gilmour, capace di conferire pulizia e magniloquenza alle composizioni e di far assurgere definitivamente Bob Catley al ruolo di credibile menestrello delle liriche mai banali scritte da Clarkin. Impossibile non commuoversi ascoltando la title track, la struggente ballad “The Last Dance”, l’intensa “Les Morts Dansant”, o rimanere fermi al ritmo dei pezzi più dinamici, che prefigurano la direzione AOR in cui la band si muoverà nel prosieguo della carriera.

Tuttavia sarebbe limitante isolare un solo episodio in questo autentico capolavoro: un un’opera che rimane la più nota firmata dai Magnum, fulgido esempio della straordinaria capacità di Clarkin nel disegnare in musica mondi fuori dal tempo: “Though we all lose track of time Disappears like faded lines” canta Catley, ed è proprio quello che accade oggi come allora ascoltando questo album. (Giovanni Barbo)

Vigilante (Polydor, 1986)

La direzione che era stata soltanto abbozzata negli album precedenti caratterizza “Vigliante”, eccellente album AOR in cui i Magnum svelano il loro lato più melodico e romantico. Registrato ai Mountain Studios dei Queen a Montreux e prodotto proprio da Roger Taylor assieme a David Richards, è una collezione di pezzi diretti che presentano in più di qualche frangente un sapore pop, a dispetto dell’unicorno in copertina che sembrerebbe rimandare come in precedenza all’immaginario fantasy. Un lavoro che si inserisce perfettamente nelle sonorità dell’epoca e porta la band ad un discreto successo commerciale, con i puristi che, per contro, storcono il naso per la scelta stilistica.

Bisogna, invece, levarsi il cappello di fronte ad un songwriter e ad una band che in maniera così efficace e con apparente naturalezza riescono a mettere insieme una scaletta da far invidia ai grandi nomi del genere, alternando pezzi agili come l’opener “Lonely Night” e “Sometime Love” ad anthem gloriosi come “Need Of Love” e la strepitosa “Midnight (You Won’t Be Sleeping)”: c’è da non credere che a firmare il sensazionale poker di apertura sia sempre Clarkin, ad ennesima conferma di un inarrivabile talento compositivo. La severa title track e la commovente “When The World Comes Down” sono le altre gemme di un grandissimo lavoro, checché possa dire chi vorrebbe che la band tornasse sui propri passi e non si “compromettesse” con trame e arrangiamenti ritenuti troppo ammiccanti. (Giovanni Barbo)

Wings Of Heaven (Polydor, 1988)

Il settimo album in studio dei Magnum arriva due anni dopo un lavoro importante come “Vigilante”, in un momento in cui la band comincia a vedere dei risultati anche dal punto di vista commerciale. La registrazione avviene in Olanda, e si avvale della produzione di Albert Boekholt. La linea volta a una maggior semplificazione della struttura dei brani e sonorità che guardano all’AOR è confermata anche su questo disco, pur non perdendo una virgola della felicità compositiva e dello stile che li ha fin qua caratterizzati. Lo dimostra un brano semplice ma intenso come la splendida opener “Days Of No Trust” (che sarà anche il singolo assieme a “Start Talking Love”, AOR con la loro impronta), la cui linea melodica è Magnum al 100%. Quasi come risposta arriva l’epica “Wild Swan”, classico hard rock nel riff, ariosa e solenne nelle melodie vocali, uno dei punti più alti del disco. Se “It Must Have Been Love” è una di quelle ballad di ampio respiro come solo loro riescono a fare, episodi quali “One Step Away”, “Different Worlds” e “Pray For The Day” sono prove concrete della personalissima via dei Magnum a un rock melodico che non scade neppure per un momento nella banalità e nella tentazione di ricalcare formule d’oltre oceano, magari più redditizie. La finale “Don’t Wake The Lion”, magnifica suite di oltre 10 minuti di lunghezza, ci ricorda che l’anima della band è ancora ancorata in quelle narrazioni epiche e fantasiose che, pur con un linguaggio rinnovato, li ha da sempre caratterizzati, e continuerà a farlo anche in futuro.

Complessivamente “Wings Of Heaven” è un disco al vertice di questa fase artistica, in cui il linguaggio della band è anche più presente, pur con una maggiore sintesi rispetto ai lavori degli esordi. Critica e pubblico lo premieranno anche con l’entrata, per la prima volta, nella top 10 di alcuni paesi (Inghilterra inclusa), sancendo l’ottimo momento per i Magnum. Certo è che alcuni dei brani qui contenuti faranno parte a pieno titolo dei loro classici anche nelle esecuzioni dal vivo. (Daniele Zago)

Goodnight L.A. (Polydor, 1990)

Nonostante un’iconica copertina realizzata da Hugh Syme potesse far presagire ad una netta svolta stilistica “Goodnight L.A.” è per certi versi un lavoro ancora connesso alla prima parte di carriera, certamente ampliando la componente hard AOR più “da classifica” ed una produzione più patinata (“Mama“) opera di Keith Olsen.

Questo disco “americano” è curato nei minimi dettagli grazie ad arrangiamenti ricercati, le backing vocals illustri di Tommy Funderbunk e Michael Sadler e un allure Queen diffusa lungo tutte le tracce (anche se più patinata); sicuramente Clarkin andò momentaneamente incontro ad una semplificazione compositiva rispetto ai precedenti album più ricercati e troviamo degli ottimi esempi in  “Shoot” e “Cry For You”.

Disco che venne ritenuto esempio di alto tradimento dalla maggior parte dei fan della prima ora ma al contempo venerato da chi viveva a pane ed AOR, “Goodnight L.A.” verrà surclassato, per chi scrive, dai successivi album pubblicati negli anni ’90 ma si fa ancora ascoltare con piacere se riusciamo a collocarlo nel suo tempo. (Alberto Capettini)

Sleepwalking (Music For Nations, 1992)

Dopo aver abbandonato la Polydor e accompagnato da una sognante copertina opera di Rodney Matthews “Sleepwalking” parte soffuso e lento basandosi sul basso profondo di “Stormy Weather” e la solita magnetica voce di Bob Catley per poi inanellare una scaletta davvero riuscita e con pochi cali.

Si tratta di un album onesto con suoni tipici della decade precedente piuttosto che del 1992, non considerato tra i capolavori dei Magnum ma oggettivamente inattaccabile; il compianto Tony Clarkin è il solito mattatore con uno stile che su questo album ricorda a tratti addirittura Alex Lifeson dei Rush e torna a produrre direttamente un album della band come non capitava dai primi anni ’80

Il disco è decisamente più convincente del suo predecessore grazie a pezzi ricercati come “The Flood” e la conclusiva “The Long Ride” ma contiene purtroppo alcune concessioni esageratamente commerciali come “Every Woman, Every Man” e “Only In America” che ne deturpano leggermente il risultato finale. (Alberto Capettini)

Keeping The Nite Light Burning (Jet Records, 1993)

Meraviglioso esperimento acustico all’interno della discografia dei Magnum, “Keeping The Nite Light Burning” reinterpreta in chiave delicata e soffusa alcuni classici della prima parte di carriera del gruppo. Sotto questa luce le canzoni rivivono in una nuova atmosfera, arricchendo le versioni originali di ulteriori sensazioni e suggestioni.

L’epica solennità di “The Prize”, la tenerezza di “Heartbroke And Busted” e “Start Talking Love”, l’intensità di “Only A Memory”, la dolcezza di “Lonely Night” e “Maybe Tonight”… in questo lavoro si rincorrono emozioni uniche, sempre all’insegna di una dimensione intimista e sognante. C’è comunque spazio anche per episodi più dinamici, che conferiscono maggior varietà al platter, come il frizzante swing di “Foolish Heart” o l’irresistibile ritmo reggae di “Need A Lot Of Love”.

Pur non costituendo un disco di inediti, quest’album rappresenta uno degli highlight all’interno della produzione dei Magnum. Un’opera tanto particolare e originale quanto riuscita, che dimostra una volta di più la grandezza della band. (Matteo Roversi)

Rock Art (EMI, 1994)

Rock Art” già dal titolo vuole omaggiare l’importanza “artistica” della tradizione rock e parte con rinnovato vigore grazie a “We All Need To Be Loved” viatico per un disco davvero ispirato e rappresentativo dei Magnum anni ‘90 nella loro versione hard rock più muscolare.

Non mancano momenti soft che però recuperano l’epicità degli esordi (caratteristica principale anche dei successivi album solisti di Bob Catley realizzati in collaborazione con Gary Hughes dei Ten) come “The Tall Ships” e “On Christmas Day” mentre su “Love’s A Stranger” è Mark Stanway a ritagliarsi uno spot con le sue tastiere.

“Rock Art” fu l’ultimo lavoro realizzato dalla prima incarnazione della band perché l’anno successivo i Magnum si sciolsero (separazione non definitiva come ha dimostrato l’attività degli ultimi vent’anni) ed il duo Clarkin/Catley diede vita agli effimeri Hard Rain. (Alberto Capettini)

Breath Of Life (SPV GmbH, 2002)

Sono passati otto anni da “Rock Art”: in mezzo, gli (ottimi) album solisti di Bob Catley scritti dal talentuoso Gary Hughes e suonati di fatto dai Ten e i due lavori a nome Hard Rain, sorta di progetto parallelo costruito sempre attorno a Catley e Clarkin, hanno cibato i fan dei Magnum.

La band torna in pista con una nuova etichetta e un sound adeguato al nuovo millennio: basta “Cry” per capire come la camaleontica capacità di Clarkin si cimenti nel difficilissimo tentativo di tenere in equilibrio i fasti del passato con le aspettative di un approccio più ruvido e tagliente che si porta dietro il ciclone della modernità. Il chitarrista si occupa anche delle parti di batteria.

Tra la familiarità delle armonie vocali e la novità di una chitarra molto più aggressiva che in passato, “Breath Of Life” ci presenta una creatura originale, attraverso brani non sempre efficacissimi ma spesso coraggiosi.

I Magnum, però, rimangono pur sempre i Magnum, e allora gli episodi più riusciti sono quelli che chiamano maggiormente in causa il passato, dalle sinuosità di “This Heart” alla ballad “Let Somebody In” fino alla magniloquente “Just Like January”. La dolce “Dream About You” vede Clarkin coadiuvato in fase di scrittura da Sue McCloskey, coinvolta anche nel trotto di “Still(Giovanni Barbo)

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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