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Sons Of Apollo – Recensione: Psycothic Symphony

Mike Portnoy, Derek Sherinian, Billy Sheehan, Ron “Bumblefoot” Thal e Jeff Scott Soto tutti insieme ed uniti sotto il “marchio” Sons Of Apollo. Questo è infatti il nome del quintetto, che ha scelto consapevolmente il Dio greco della musica e delle arti (e anche del sole, tanto per essere completi e precisi) come ispirazione per questa nuova avventura nel pentagramma.

Si parte subito a tinte “porpora” con “God Of The Sun” (solo vagamente riconducibile a “Perfect Strangers”….), con il dinamico duo Portnoy-Sherinian a tessere trame che poi si allargano e sembrano citare i Theater post “Six Degrees Of Inner Turbulence” soprattutto per quanto riguarda la cupezza della trama chitarristica. Una gran canzone che poi ritorna alle “origini” facendo decollare ancora una volta la voce dell’ispirato Soto.

Subito dopo “Coming Home”, il primo biglietto da visita della band e canzone dal groove incredibile. Pregevole il muro di suono messo in campo da Sheehan e Portnoy che raccordano attorno basso e batteria una canzone davvero positiva. Semplice e senza troppi fronzoli. Con “Sign Of The Time” la band gioca con atmosfera più oscure, risollevate dal solito Soto convincente prima di ripiombare nel maelstrom musicale messo in campo dai nostri. Ma come ogni viaggio nelle profondità dell’universo ecco il “colpo di coda” finale: solo di Bumblefoot e ritorno alla luce per una canzone mai banale e dai tratti quasi epici.

“Labyrinth” invece è probabilmente la canzone più intensa, drammatica e convincente del lotto. Un mix di sensazioni che attraversano l’ascoltatore. E poi quel certo non-so-che di “A Change Of Seasons” ad aleggiare costantemente nei 9 minuti di canzone. Sicuramente una sorpresa non di poco conto.  “Alive” invece sembra quasi una ballad, introdotta inizialmente da Soto, Bumblefoot e da Sherinian prima di esplodere in un chorus carico di melodia. Un perfetto singolo da passare nelle radio. Di tutt’altro stampo “Lost In Oblivion”: battagliera, intesa e con un Soto che sembra ringhiare la sua rabbia fino ad esplodere nel chorus. Una buona canzone, ma stranamente con un qualcosa in meno rispetto alle altre. Quasi prevedibile, ma sicuramente non negativa.

Breve-brevissimo intermezzo con “Figaro’s Whore” che conduce ad una “Divine Addiction” che anche in questa caso inizia a “giocare” su tonalità porpora. Chiusura da applausi con il tour de force di “Opus Maximus”: prog metal al 100%, dove le influenze dei nostri vengono calate all’interno di quasi 10 minuti di intenso spettacolo musicale.

Novità? Innovazioni? No. Neanche a pensarci. Un dettaglio forse di poco – anzi pochissimo – conto visti i nomi coinvolti in questa nuova avvenuta marchiata a fuoco dal passaggio dal Dio greco delle arti, della musica e del sole. Un disco dove il Progressive viene declinato in ogni sua forma, intenso e coinvolgente. Ben fatto Sons Of Apollo.

 

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