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Sonata Arctica – Recensione: The Ninth Hour

Il nuovo disco dei Sonata Arctica va ascoltato, assaportato, assimilato, approfondito e quando si è sicuri di averlo capito a fondo bisogna resettare tutto e ricominciare daccapo. “The Ninth Hour” non è sicuramente un album facile, lontano anni luce dal power Strato – oriented di “Ecliptica”, pregno di atmosfere cupe e malinconiche, ricco sfumature progressive e dannatamente emozionante. Il nono lavoro in studio della band di Tony Kakko è destinato a spaccare la critica ed i fans, per questo approccio soft alle canzoni, l’abbandono quasi totale delle cavalcate in doppiacassa che avevano fatto le fortune dei nostri alla fine degli anni novanta ed un utilizzo del piano come strumento portante e di accompagnamento nelle canzoni. Già la strada era stata tracciata con il precedente “Pariah’s Child”, ma in “The Ninth Hour” questo mood viene amplificato, soprattutto nelle melodie di Kakko, mai cosi teatrale, sofferente e comunicativo. E fin qui tutto bene. Ma quando si compone secondo queste coordinate, si è sempre in bilico, ci si muove su un filo sottile e si rischia, se non si centra perfettamente la canzone, di sfociare nel melenso, con il dejà vu da ballad sempre dietro l’angolo.

The Ninth Hour” fa questo effetto. Ci presenta song meravigliosamente emozionanti, che ad un primo ascolto possono risultare soporifere, ma che, comprese nella prorpia essenza, risultano appaganti. Ne è l’esempio lampante il primo singolo “Closer To An Animal“, posto in apertura, un mid tempo colorato dai saliscendi vocali di Tony e dai semplici, ma efficaci, rivolti di keys di Henrik Klingenberg, che cresce ascolto dopo ascolto. Il secondo singolo, “Life“, è più immediato, potendo godere di un refrain maggiormente ruffiano, ma non per questo non perfettamente centrato. Con la seguente “Fairytale” invece, troviamo uno dei picchi di “The Ninth Hour“, un up tempo sostenuto (ma non aspettatevi una bordata) , ma dolcissimo, con Kakko ancora una volta protagonista nelle linee vocali e nel clamoroso ritornello. In un disco come questo, giocato soprattutto sull’emotività i Sonata Arctica, toppano, se vogliamo, i brani più lenti, proponendoci tre ballad (troppe?) piuttosto canoniche, che non riescono a toccare il cuore e le corde giuste, composte con mestiere e nient’altro. La hit del disco è, a parere di chi scrive, “Till Death’s Done Us Apart“, introdotta da rintocchi di piano, cinematografica e vicina alle colonne sonore dei film di Tim Burton, ricca di cambi di tempo e cangiante nelle sue intenzioni progressive. L’unico episodio legato al passato remoto è la velocissima (finalmente?) “Rise A Night“, con clavicembali in bella evidenza, con guitar riff in primo piano (finalmente?) ed un ritornello ultramelodico, ma anche un pelo scontato. Impossiblle non citare la lunga “White Pearl, Black Oceans Part II – By The Grace Of The Ocean”, che riprende il filo della prima parte, presente su “Reckoning Night”, regalandoci dieci minuti di ricordi ed inserendo nuovi elementi, senza snaturare quell’approccio power che tanto avevamo apprezzato in passato.

Tirando le somme, “The Ninth Hour“, è un album dalla non immediata interpretazione e lettura, che potrà essere amato o odiato, a seconda dello stato d’animo del singolo fan, al momento dell’approccio alle canzoni. Facile, direte Voi, stare nel mezzo e non sbilanciarsi da una parte o dall’altra, ma, considerando alcuni momenti davvero azzeccati, ma senza dimenticare gli scivoloni ed i passaggi più soporiferi (l’incompiuta “Fly, Navigate, Communicate“), ecco spiegato il buon voto, ma non eccelso, pensato per questo lavoro. Ovviamente fino prossimo ascolto, che potrà portare in futuro un nuovo reset e valutazioni tutte nuove.

 

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