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Sólstafir – Recensione: Endless Twilight of Codependent Love

Ascoltare questa nuova fatica degli islandesi Sólstafir non è stato semplicissimo, ma non per questo non godibile, anzi.

La loro musica rispecchia perfettamente i cambi meteorologici islandesi, passando da calma piatta a vento gelido che ti colpisce la gola. In queste canzoni, come nel resto della loro discografia, si può tracciare un filo conduttore che narra le storie mitologiche di queste terre così lontane.

Tempo fa, quando scoprii la band, fui colpito dalla malinconia e dall’atmosfera sprigionata dal cantante Addi, ma fu molti anni dopo che compresi fino in fondo quanto magiche fossero le loro musiche.

Se qualcuno è mai stato in Islanda, può facilmente intuire a cosa mi riferisco: ascoltare le loro canzoni come sottofondo in un luogo così unico trasmette delle sensazioni quasi mistiche. Aggiungiamo il fatto che cantano pure nella loro madre lingua e il gioco è fatto.

Per questo considero i Sólstafir molto speciali, una band davvero capace e particolare proveniente da un gigantesco calderone artico in cui loro sono uno degli ingredienti più pregiati.

In questo “E.T.o.C.L. ci sono tutti gli elementi che hanno caratterizzato i Nostri nei loro anni di onorato servizio, sciando tra i vari generi che hanno toccato nella loro lunga e brillante discografia. Da canzoni cattive e violente, colme di doppio pedale e urla vichinghe, a ballad acustiche rilassanti mischiate con violini e tastiere. Tutto il disco si evolve traccia per traccia e se lo si ascolta ad occhi chiusi sembra proprio di intraprendere un lungo viaggio alla ricerca di qualcosa perduto.

Ed è così che ci accoglie “Akkeri”, 10 minuti selvaggi in cui veniamo colpiti da raffiche di neve e vento come se Njördr in persona ci volesse impedire di proseguire. Parti post/ambient-metal mischiate con ritmi anni ‘70 si accavallano in modo sublime per tutta la canzone, che ci vede alla fine stravolti e bisognosi di aiuto in cerca di un rifugio. Ecco che in lontananza, tra una cascata e l’altra, si intravede una luce, un fuoco probabilmente. Ed è proprio qui che veniamo soccorsi da “Drysill” e “Rökkur”.

Questi due brani spezzano completamente con l’opening e ci aiutano a tirare il fiato, la prima con una classica struttura malinconica alla Sólstafir, con piccoli ma struggenti assoli di chitarra, un basso effettato ed una batteria quasi timida. Addi sembra afflitto, irrequieto. Probabilmente vuole continuare la sua traversata, il suo viaggio, ma sa che per poter proseguire ha bisogno di riprendere le forze, e infatti il finale della traccia si chiude con un’esplosione di energia, sfociando in uno sforzo sovraumano, ma qui ci si ferma ancora.

Rökkur” si distingue per un uso massiccio della tastiera e di effetti, portando il brano su una dimensione totalmente distaccata con il resto del disco: è come se stesse pregando gli dei, non canta più, Addi è concentrato ad invocare la benevolenza di Thor. Il brano risulta monotono, ma è l’effetto desiderato. Nel complesso non ci sono particolari cose da sottolineare perché è una transizione, un passaggio che ci porta alla seconda parte del disco.

Her Fall From Grace” riprende timbriche e ritmiche dell’apertura portando il disco su sonorità più rock. Ma è solo la calma prima della tempesta, perché ritroviamo nuovamente gli strascichi black-post metal in “Dyonysus”, che accelera (e di molto) i BPM di questo disco. Nell’immaginario del lungo viaggio questa è un’altra fatica da superare in cerca del bottino. Un cantato ruvido e disperato insieme a un pizzico di blast-beat, chitarre fredde e veloci si intervallano tra loro come a darsi forza contro un gigante di ghiaccio che ci barra la strada. Ma noi questa volta siamo protetti da Aegishjalmur e il cammino prosegue.

Til Moldar” ci fa passeggiare tra le meraviglie naturalistiche di questa terra, una canzone molto semplice ma emozionante, con i cori che accompagnano Addi. Ci aiutano anche le chitarre che in modo armonico e caldo fanno passare in un battito di ciglia 4 minuti di puro relax. Chiaro esempio di come i Sólstafir sappiano destreggiarsi non solo in terre oscure ed estreme, ma anche in ambito soft e Pink Floydiano.

Il cammino è quasi compiuto, dentro di noi sappiamo che non manca molto. “Alda Syndanna” ci prepara un terreno fertile per le nostre orecchie, con un basso elettrico e chitarra rockeggiante. Una delle canzoni meglio riuscite dell’album che ben si assesta verso la fine del disco. Un ottimo passaggio post-rock/metal che ci mette a nostro agio tra i vari passaggi veloci e lenti. Proprio come un torrente in cerca dell’oceano Atlantico, che si snoda tra le varie ferite create dall’attività vulcanica dell’isola, ci introduce alla dolce “Or”, penultima fatica.

Pezzo blues, che si colloca un po’ a sorpresa ma che ci rinnova ancora una volta quanto i Sólstafir siano in grado di giocare con le loro abilità tecniche.

Come al solito il lavoro personale e emozionante di Gringo alla chitarra regala i suoi frutti, facendoci sedere e cullare dal suo modo di suonare così vintage. Non prima, però, di scuoterci ancora per ricordarci del nostro obiettivo da raggiungere e spingerci fino in fondo con “Úlfur”.

Sarebbe stato troppo bello completare questo intrepido viaggio senza un’ultima fatica. Sugli strascichi della sua predecessora, “Úlfur” continua a suonare blues e post-rock con estrema semplicità, ma non dobbiamo più dimostrare niente. Abbiamo solo raggiunto il punto conclusivo di questa lunga cavalcata islandese, ma cosa abbiamo trovato?

Personalmente abbiamo trovato la consapevolezza che i Sólstafir meritano decisamente più pubblico e spazio nel mondo impervio e brulicante di questo genere. Non basta più essere dei punti di riferimento per gli ascoltatori islandesi e pochi altri sparsi nel mondo.

I Nostri, album dopo album, sferrano colpi pesantissimi, che si parli di metal o di questo “Endless Twilight of Codependent Love”, che cerca di mischiare un’intera discografia, un’intera vita di sperimentazione e di idee.

Mi rendo perfettamente conto che, d’altro canto, questa band non fa per tutti. Alcuni la troveranno melensa, altri fine a sé stessa, altri ancora banalotta per via di espliciti richiami agli anni ‘70/‘80 con qualche incipit più estremo. Per me questo è suonare con personalità, capacità e dimestichezza con gli strumenti. Al di fuori della mia confort zone, questo è il disco più bello del 2020.

Ora scusate, ricomincio questo breve ma intenso viaggio.

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