SoleDriver: “Ritorniamo alla bellezza!” – Intervista ad Alessandro Del Vecchio

A pochi giorni dall’uscita di “Return Me To Light”, disco d’esordio del suo nuovo progetto “SoleDriver”, abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Alessandro Del Vecchio del disco, della sua carriera e della sua nuova veste nei panni di musicista e papà: un ritratto sincero ed onesto che riflette, con fedeltà sorprendente, alcune delle caratteristiche che abbiamo apprezzato all’interno del disco. Parola ad Alessandro!

Ciao Alessandro, come stai?

Ciao, qua tutto bene e spero anche per te sia lo stesso!

Raccontaci innanzitutto di com’è nata questa collaborazione con Michael Sweet: le email, le telefonate, le strette di mano.

Il tutto è nato a inizio pandemia quando ho scritto “Push Through” che poi è uscita come “Frontiers All Stars“. In quell’occasione, Michael ha cantato alcune delle linee del brano e mi ha scritto qualche giorno dopo “Dovremmo fare un disco assieme”. Non pensavo fosse serio e pochi secondi dopo ha scritto a Frontiers della cosa e siamo partiti a scrivere. Ci siamo dati quasi due anni per finire il disco, scrivere in libertà e creare musica al nostro meglio.

Avrai notato, leggendo le prime recensioni, che in tanti ci siamo stupiti per la personalità esibita da “Return Me To Light“, un disco che denota un carattere superiore a quello di molte produzioni seriali. Qual è il suo segreto?

Proprio perchè non è un disco “seriale”. E’ un disco in cui io e Michael siamo completamente padroni di tutto, musica, testi, melodie. Abbiamo lavorato con Michele Sanna alla batteria e Giancarlo Floridia per alcuni testi, ma il tutto lo abbiamo creato noi, seguendo la nostra visione. Essendo due personalità molto forti, direi che l’insieme ha risentito positivamente di una gran voglia di fare musica che parlasse oltre e creasse un insieme di musiche e suoni unico.

Al momento dell’ascolto, ho trovato che l’album possedesse un ottimo equilibrio tra parti più heavy ed altre di stampo chiaramente melodico, ma senza eccedere in nessuno dei due sensi: si tratta di un risultato spontaneo o che avete piuttosto voluto già al momento della composizione?

Noi volevamo un disco melodico, ma “heavy“, nel senso di imponente, importante. Ho voluto fortemente che Michael potesse cantare in uno stile che non usa con gli altri gruppi e che, nonostante io e lui si lavori tanto assieme, suonasse perfetto per il suo lato melodico.

I fatti della pandemia hanno in qualche modo influito sul prodotto finale, e se possibile su alcuni dei suoi momenti più introspettivi e malinconici?

Il disco è stato favorito dalla pandemia, perchè ci ha dato più tempo per poterlo lavorare nel migliore dei modi. In realtà, come è possibile aspettarsi da Michael e da me, il disco è molto spirituale e molto riflessivo. Parla di vita, di lotta, di perdita, di dolore e di rinascita. Penso che mai un mio disco sia stato scritto in anticipo sui tempi e perfetto come specchio di quello che è il mondo al momento dell’uscita. Penso che il mondo oggi abbia bisogno di un “ritorno alla luce”, letteralmente un ritorno a quello che di bello la vita può darci. Dovunque ci giriamo, ci sono guerra, morte, perdita di empatia, divisione. Il disco dà una lettura e una chiave a tutto questo.

Pensi che gli anni che abbiamo vissuto abbiano in qualche modo cambiato, per sempre, il modo di produrre musica? Magari abituandoci allo “smart working”, anche in campo musicale, così come successo in tanti ambiti lavorativi?

La musica in realtà è in smart working da quasi 20 anni. Eravamo il settore più pronto. Io faccio sessioni online dal 2004, quindi letteralmente da quasi 20 anni. Ovviamente il modo migliore di far musica è sempre assieme, nella stessa stanza, ma diciamo che la pandemia ha velocizzato anche certe tecnologie come Audiomovers, che permette di registrare da qualsiasi posto in remoto.

Quali sono le tre caratteristiche di un “disco perfetto”, per Alessandro?

I pezzi prima di tutto. Senza pezzi non arrivi da nessuna parte. Poi la performance e per ultima la produzione.

Parlando di produzioni seriali, è indubbio che negli ultimi anni tu sia stato molto impegnato sul “fronte Frontiers”: come ci si mette al riparo dalle insidie della ripetitività? Come è possibile trovare sempre nuovi stimoli?

Beh, le insidie ci sono anche se scrivi e produci poco. Io penso che la creatività sia un talento che va allenato come tutti gli altri talenti. Io scrivo tanto e sempre, quello che esce è solo quello che passa la mia approvazione prima di ogni cosa, poi quella dell’etichetta e quella dell’artista. Quindi in realtà con un buon controllo qualità si può lavorare tanto e bene.

Domanda scomoda: ci sono stati casi nei quali – naturalmente senza fare nomi, ma solo chiare allusioni – tu stesso ti sei trovato a dover condurre in porto collaborazioni che ti hanno dato meno dal punto di vista umano ed artistico?

Con centinaia di produzioni, migliaia di pezzi a cui ho lavorato e quasi 1000 brani scritti ed editi, è normale ci siano incontri sfavorevoli. Nei primi anni della mia carriera, forse data la giovane età e la voglia immensa di fare, ero più testa calda, invece oggi tendo sempre a tirare fuori il buono da tutti, inclusi quelli con cui umanamente non scatta nulla. Ci sono etichette, band, artisti, produttori con cui magari ci sono stati scontri, ma io vado avanti sempre in maniera costruttiva. Lavorando a questi livelli è normale, ma è anche un privilegio poter scegliere con chi lavorare: il bello di essere imprenditori di se stessi.

“Return Me To Light” ti vede anche nelle inedite vesti di chitarrista, sfoderando una prestazione di tutto rispetto: questo significa che ora ti vedremo più spesso con le sei corde in mano?

No, penso che il tutto rimarrà relegato a SoleDriver e basta. I chitarristi veri sono altri, io suono per i pezzi. Ho avuto mio fratello, grandissimo chitarrista, come mentore e ispiratore principale. Ho rubato qua e là giocando con la sei corde tutta la vita, ma è stato Michael a volermi in veste di chitarrista. Originariamente mi ero rifiutato ma Michael ha sempre controbattuto che le parti dei demo, da me suonate, fossero perfette per quello che servisse alle canzoni. Ed eccomi qua!

Cantare o suonare uno strumento: a quale delle due non potresti mai rinunciare?

Entrambe. Sono un tastierista che canta e un cantante che suona le tastiere.

Ascoltando i passaggi più delicati del disco ho voluto espressamente citare “Naked Voice“, un disco di cover davvero toccante che hai realizzato qualche tempo fa al fianco di Roberto Quassolo: pensi che in futuro ci sarà occasione di dare un seguito al progetto?

Mi farebbe molto piacere. In realtà ne abbiamo parlato. Roberto è un grandissimo cantante, oltre ad essere una persona stupenda. Per me è stato un onore mettermi al servizio di una grande voce come la sua e creare assieme “Naked Voice”. Mi fa piacere ricevere, finalmente, una domanda su un disco così bello.

Sappiamo che alcuni mesi fa sei diventato papà, speriamo di un futuro rocker! Quali sono i primi tre dischi che gli farai ascoltare per raccontargli quant’è bello il rock?

Ci ha pensato la mamma. “Seminole” dei miei Edge Of Forever, “Over The Horizon Radar” di Jorn (prodotto da me) e il meglio degli Epica sono stati i tre dischi che il nostro piccolo rocker ha ascoltato. Per ora si diverte al pianoforte da quando ha 5 mesi e gli ultimi arrivi sono 3 xilofoni, per la gioia delle nostre orecchie, e una batteria!

Com’è cambiata la tua vita con questo nuovo arrivo in famiglia? Pensi che questo possa avere influenzato anche il tuo songwriting?

Beh, un figlio ti cambia tutto in maniera positiva. Cambi prospettiva sul rapporto vita/tempo. Non sono un papà giovanissimo, quindi quello che cambierà è la quantità di tempo che dedicherò al lavoro, facendo del mio meglio per dare la maggior quantità e qualità di tempo a mio figlio. Il songwriting ne beneficerà di sicuro, come tutto il resto. Un genitore felice è un genitore che lavora sereno.

Ok, mi sveglio una mattina… e sono Alessandro Del Vecchio: come sarà la mia giornata tipo?

Sveglia alle 6. Colazione con Angelica ed Enea. La prima ora, anche ora e mezza, è dedicata alla famiglia. Poi, in condizioni normali, ci sarebbero due ore di allenamento, ora con dei problemi di salute questa fase salta. Vado in studio a scrivere o produrre. Pausa pranzo lunga, almeno un’ora e mezza con Angelica ed Enea. Pomeriggio di nuovo in studio fino alle 7 al massimo, poi sparisco dal mondo e sto con la mia famiglia. Vita non molto eccitante ahahah! In tour sarebbe diverso, tanto riposo, sport e palco, poche distrazioni, non bevendo e fumando i party sono ridotti a zero. Mi sa che anche in tour non sarebbe niente di eccitante, se non fosse per l’adrenalina ed emozione del palco!

Ultima domanda di rito: te la sentiresti di segnalarci una realtà italiana promettente che secondo te dovremmo tenere d’occhio?

Amo Orelle, bassista cantante fuori dagli schemi. Nel rock/metal mi piacciono molto Dobermann, Sandness e i Re-x.

Alessandro, grazie davvero per la tua disponibilità ed il tuo tempo: è il momento di lasciarci con un saluto speciale per i lettori di metallus. A te lo spazio!

Grazie a tutti per, ormai, 20 anni di continuo supporto. Spero che i SoleDriver diventino la vostra nuova band preferita! A presto!

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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