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Burzum – Recensione: Sôl Austan, Mâni Vestan

Oramai, un nuovo album dei Burzum non fa quasi più notizia, complice l’incontrollabile produttività di Varg Vikernes. Tornato in libertà, il Conte ha prodotto un disco all’anno, guardando con orgoglio a quel black metal che aveva dovuto per forza di cose tralasciare durante il periodo di incarcerazione (con gli oggettivamente molto validi “Belus” e Fallen”) e in seguito dirigendosi verso i lidi del pagan/folk con il controverso “Umskiptar”, uscito lo scorso anno. “Sôl Austan, Mâni Vestan” è invece un disco completamente strumentale di musica ambient ed elettronica, esattamente sulla falsariga dei precedenti ““Dauði Baldrs” e “Hliðskjálf”, composti nelle patrie galere sul finire degli anni’90. Il nuovo studio album raccoglie inoltre la colonna sonora del film documentario “ForeBears”, girato da Marie Cachet (moglie di Vikernes) e basato su di un concept, come prevedibile, di natura pagana e folcloristica. Negli utlimi tempi Varg Vikernes ha fatto parlare di sé più per le dichiarazioni difficilmente condivisibili apparse sul suo sito web e per essere stato ritratto in photosessions battagliere che hanno generato più ilarità che altro; d’altronde, non è mai stata volontà dei Burzum quella di piacere alle masse, né di ricevere aprovazioni all’indomani dell’uscita di un disco. Un punto di vista rispettabile, anche perché “Sôl Austan, Mâni Vestan” è un platter che si regge in piedi grazie soltanto al personaggio che sta dietro ad esso e a quell’alone di leggenda che si porta dietro. Ad essere onesti siamo di fronte a un album quasi privo di senso, che forse potrebbe trovare una giustificazione solo se ascoltato come accompagnamento delle immagini del film. Musica ipnotica, ritualistica, chitarre arpeggiate e movimenti di synth perpetuati ad libitum in canzoni del tutto prive di variazioni ritmiche. Non è di certo l’elaborazione formale che ci aspettiamo dai Burzum, ma l’album appare poco incisivo e genera presto un senso di noia, a causa delle sue strutture elementari e prive di slancio. E’ solo in occasione delle due tracce che danno il titolo al disco che il nostro riesce per lo meno a far vibrare le corde dell’emozione, attraverso soluzioni sonore di una semplicità disarmante ma che per lo meno risvegliano sensazioni epiche ed ancestrali. Il resto non trova una reale direzione e le note si perpetuano in un continuum fatto di ripetizioni. Agli indefessi sostenitori delle opere dei Burzum tutto ciò potrà essere sufficiente, dal nostro punto di vista facciamo notare che un lavoro simile, se poteva essere considerato di sperimentazione negli anni’90, oggi appare quanto meno incerto e anacronistico.

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