Smackbound – Recensione: Hostage

Una cantante esperta – che aveva già collaborato con Amorphis, Lordi, Black Sun ed Elvenking – con una grande voglia di formare una band tutta sua: era stata questa la molla che aveva spinto Netta Laurnne a coinvolgere Teemu Mäntysaari (chitarrista dei Wintersun), Rolf Pilve (batterista per Stratovarius e The Dark Element), Vili Itäpelto e Tuomas Yli-Jaskari (rispettivamente tastierista e bassista nei Tracedawn) nella creazione degli Smackbound. In Finlandia correva l’anno 2015 e ci sarebbero voluti cinque anni per oliare i meccanismi con un’intensa attività live e dare alle stampe “20/20”, un fortunato debutto che noi stessi definimmo un album intenso e dalle mille sfaccettature, un saliscendi sonoro ed emozionale disarmante che difficilmente potrà passare inosservato tra gli amanti di queste sonorità. A distanza di tre anni da quell’uscita è dunque il tempo di accoglierne il successore, un lavoro articolato in undici tracce che si propone di rifinire ulteriormente l’offerta tra hard rock e melodic metal che stilisticamente contraddistingue la formazione di Helsinki.

Hostage”, nonostante la relativa durezza di titolo e copertina, si caratterizza già dai suoi primi minuti come un ascolto facile ed orecchiabile: l’apertura di “Reap” è infatti un esempio brillante di commistione tra una parte cantata di natura gothic/symphonic/pop con influenze elettroniche e sprazzi più convintamente metal, accentuati nelle parti strumentali ed in particolare nel bell’assolo di chitarre. Quest’impostazione, gradevole, rappresenta il modello sul quale tutto “Hostage” si sviluppa: il focus rimane sempre sulla voce duttile ed espressiva di Netta (“Change”), mentre la band appare più che altro impegnata a costruire un’impalcatura solida che garantisca la strutturata scorrevolezza del tutto, senza costruire nulla di davvero memorabile in termini di melodie o arrangiamenti. Ci sono certamente tecnica e velocità (“Hold The Fire” è pura dinamite), ma non sempre queste abilità risultano messe al servizio di una composizione matura, completa in tutte le sue parti ed in grado di creare un forte impatto emotivo. Se dunque da un lato l’artificio di composizione funziona veramente bene, permettendo agli Smackbound di misurarsi con successo anche su terreni più impegnativi (come il metal spinto di “Razor Sharp” e l’intensità corale di “Break”), dall’altro c’è nell’abbinamento di queste due anime un qualcosa di – appunto – artificiale, vago e ricomposto (“Imperfect Day”) che sottrae in termini di impatto e naturalezza, un male che oggi diagnostichiamo sempre più spesso pur coltivando l’illusione che venga un giorno o l’altro completamente sconfitto. Ed una considerazione che nel caso in esame potrebbe suonare secondaria, se non fosse che proprio attraverso la chimica tra gli elementi gli Smackbound – che avevano formato anche una cover band proprio per migliorare l’affiatamento tra i membri prima di comporre materiale originale – hanno sempre coltivato l’intenzione di distinguersi dalla massa e conquistare una propria riconoscibilità.

Hostage” suona invece un poco più slegato e normale, ben assemblato e perfettamente in posa come un immobile Gundam, nonostante la produzione azzeccata ed un’idea di tangibile qualità che permea tutto l’ascolto, rendendolo in ogni caso piacevole. Sono molti gli episodi positivi che si possono citare: “Rodrigo” è una mini-opera di ampio e sorprendente respiro, mentre “Traveling Back” e la title-track suonano più delle altre come l’espressione di una band concentrata ed affiatata. Una citazione la meritano anche i nove minuti di “The Edge”, brano conclusivo e fortemente atmosferico che – forse un po’ fuori tempo massimo per ribaltare un giudizio ormai consolidato – ribadisce la maturità di un gruppo che chiaramente aspira a misurarsi con profondità e formati più complessi di quanto questo nuovo lavoro non voglia, o possa, suggerire.

Sebbene il secondo disco degli Smackbound si faccia apprezzare più per la ricercata qualità degli ingredienti che non per il risultato finale, il percorso della formazione fondata da Netta Laurnne prosegue su basi assolutamente solide e credibili. Forse ad “Hostage” manca la capacità di continuare a sorprendere come fece il suo predecessore, ed alcune delle sue canzoni rivelano un limite stilistico e strutturale con il quale bisognerà fare in qualche modo i conti in futuro (“Graveyard”) per evitare la possibilità di una deriva eccessivamente modernista ed un disgraziato appiattimento: tuttavia, la consistenza e l’autorevolezza moderna con la quale questo disco occupa i suoi quarantotto minuti rimane una lente tinta di rosa attraverso la quale guardare alla prossima uscita con confortante serenità.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2023

Tracklist: 01. Reap 02. Change 03. Razor Sharp 04. Rodrigo 05. Break 06. Imperfect Day 07. Graveyard 08. Traveling Back 09. Hold The Fire 10. Hostage 11. The Edge
Sito Web: facebook.com/smackbound

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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