Sleep Token – Recensione: Take Me Back To Eden

Come intendete voi l’etichetta progressive? Si limita allo stracciare i quattro quarti e non scrivere pezzi sotto ai 7 minuti di lunghezza? Per me è sinonimo di cercare di far evolvere il genere, creare un qualcosa che allo stesso tempo esce dalle mura ma senza snaturarsi. Personalmente, la piega che ha preso il sottogenere non mi piace. Sembra di essere spettatori in una gara in cui vince chi mette più poliritmie nei suoi pezzi, e chi riesce a fare riff in tempi dispari per più minuti consecutivi. Alla fine della fiera però suona tutto ritrito e tanto vale ascoltarsi del pop che almeno non se la tira. Tutta questa premessa per dire che invece gruppi che incalzano l’etichetta progressive come si deve ce n’è se li si cerca. Ed ecco entrare in gioco gli Sleep Token. Ammetto che sono entrato a conoscenza del duo di Bristol solo quest’anno, come molte altre persone. Grazie in parte all’incredibile copertura mediatica che la band ha ottenuto dopo il rilascio dei primi singoli di questo “Take Me Back To Eden”. Di solito non cado così facilmente preda di quello che diventa virale ma a sto giro qualcosa mi ha spinto a dare una chance alla band. Qualche mese dopo mi ritrovo a parlare di uno dei miei album più attesi di questo 2023. Prima di iniziare a sezionare il disco voglio lasciare il verdetto qui e subito: Take Me Back To Eden è uno dei lavori più belli che ho ascoltato negli ultimi dieci anni almeno e se dovessi dargli un voto sarebbe 10. Sarà difficile spodestarlo da disco dell’anno, e praticamente il resto di questo articolo è una gigantesca lode a Vessel1 e Vessel2. Detto ciò:

La prima metà del progetto è ormai passata nelle orecchie di tutti. Le tracce dalla uno alla cinque sono infatti già nell’etere come singoli da un bel pezzo. L’ascolto dell’album per intero è però un’ottima scusa per ritrovare queste cinque perle e contestualizzarle all’interno del progetto. La opener “Chokehold” infatti guadagna valore se messa ad aprire le danze visto il crescendo che la caratterizza. La susseguente “The Summoning” è il singolo che più fece rumore e per ottime ragioni. Un incredibile esempio di versatilità musicale e di come produrre un brano metal nel 2023. Le chitarre apertissime che martellano sui breakdown vantano un suono che è veramente difficile replicare e valorizzano anche le parti più soft. Come, ad esempio, tutto il finale che prende una svolta a 180 gradi in territori quasi funk. Il pezzo ha uno staying power assurdo e sono convinto che sarà visto come un classico anche tra moltissimo tempo. Tocca a “Granite”, con i suoi synths davvero catchy e le sue chitarre… ehm… granitiche. Il momento è buono come qualunque altro per parlare della voce di Vessel1, l’enigmatico frontman del gruppo. Non c’è molto da aggiungere a quello che è il consenso comune, voci come la sua ce ne sono una su un milione. L’esecuzione su tutta la durata dell’album è emozionante ed il suo timbro è magistrale. Ma soprattutto è istantaneamente riconoscibile, qui la chiave del portare avanti un genere ma non snaturarsi e restare se stessi. “Aqua Regia” è la prima vera ballad del disco, con un giro di piano molto toccante che si alterna ai sintetizzatori. È proprio l’utilizzo ragionato del piano che fa da valore aggiunto per gli Sleep Token. Non è solo uno strumento di accompagnamento nei momenti più tranquilli ma è un vero e proprio layer che va ad armonizzare tutta la parte strumentale del lavoro. “Vore” è forse la canzone più canonicamente pesante di questo Take Me Back To Eden, martellante e macabra nelle liriche. Il pezzo usa come metafora, come da titolo, l’essere ingoiati interi da quello che ci circonda, nella gola degli dei. Da questo punto in poi, eccezione fatta per “DYWTYLM”, il disco è terra inesplorata. Il primo dei pezzi ‘nuovi’ è “Ascensionism”, una composizione mastodontica che nei suoi 7 e rotti minuti spazia tra veramente tanti stili e generi diversi. In questo mosaico compositivo c’è spazio per un intro molto toccante in cui il piano fa da padrone ed un beat fortemente ispirato alla trap con tanto di autotune stilistico sulla voce. E la sezione più pesante del progetto, in cui emerge tutta la rabbia del duo. La canzone è un vero e proprio viaggio tra le influenze che hanno portato gli Sleep Token nel piedistallo in cui si trovano meritatamente in questo momento. E siamo solo a metà disco. 

Are You Really Ok?” apre la parte B dell’album in modo destabilizzante. Una ballad che perlopiù si costruisce su una chitarra in clean e la voce toccante di Vessel1. Il testo tocca in modo abbastanza diretto la piaga dell’autolesionismo. Che sia metafora o che fosse intenzione della band portare luce sul disturbo non ci è dato saperlo. Resta comunque, come dicevo, destabilizzante. Pelle d’oca che si prolunga anche nella successiva “The Apparition”. Questa parte centrale del disco è decisamente volta a toccare certe corde nel cuore dell’ascoltatore. Molte melodie drammatiche, armonie perfette e strumentali toccanti. E aggiungiamoci un altro pezzettino trap/rap perché in fin dei conti la musica è tutta bella. La sopracitata “DYWTYLM”, ultimo singolo rilasciato pre-uscita, è sfacciatamente pop. Ha un non so che di The Weeknd, e funziona proprio per la strabiliante versatilità che Vessel1 e Vessel2 riescono a trasmettere. Molti lo reputano il pezzo meno interessante del progetto. Per quanto mi riguarda, sono davvero contento che grazie all’hype intorno al disco qualche elitista ci sia pure cascato ed abbia ascoltato un pezzo pop come si deve. Il trittico finale è composto in primis da “Rain”, altra manata emotiva che reintroduce però bei chitarroni Djent nel mix. Preparatevi a sentirvi questo ritornello in testa per giorni. Tocca alla title-track, una canzone veramente disarmante. Gli Sleep Token hanno il potere di tirare fuori delle melodie dal cappello che poche altre realtà metal/alternative possono sognarsi. Il pezzo varia spesso nei suoi 8 minuti di runtime, ma mantenendo sempre un’identità ben precisa. E per colpa del breakdown finale ho bisogno di quei collari ad imbuto che si mettono ai cani. Siamo giunti al fanalino di coda, “Euclid”, che porta il progetto ad una fine melodrammatica che riprende nella sua durata molte idee stilistiche che hanno caratterizzato quest’ora e tre minuti di musica.

Era un po’ di tempo che non mi prendevo così tanto per un disco. La lezione è che non sempre bisogna etichettare il virale come negativo. Spesso, quando vediamo una band che di colpo è sulla bocca di tutti, ci sembra più moda che musica. Per non parlare delle band che si trovano a fare ascolti grazie a TikTok o simili. Non sia mai. Poverine mi verrebbe quasi da dire, visto che per il metallaro medio spopolare sui social è una sentenza. Eppure se ci fermiamo a pensarci, magari c’è un motivo se in molti si interessano ad un progetto contemporaneamente. Non sentivo musica così originale, ben composta e ben prodotta da davvero tanto. Una vera e propria ventata di novità nel panorama metal e simili. Ora non mi resta che tornare indietro nella loro discografia e, se la qualità è questa, mi hanno reso un credente. Worship.

Etichetta: Spinefarm Records

Anno: 2023

Tracklist: 01. Chokehold 02. The Summoning 03. Granite 04. Aqua Regia 05. Vore 06. Ascensionism 07. Are You Really Okay? 08. The Apparition 09. DYWTYLM 10. Rain 11. Take Me Back To Eden 12. Euclid
Sito Web: https://www.sleep-token.com/

Matteo Pastori

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Nerd venticinquenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco.

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  1. Anonimo

    Matteo: ti voglio bene

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