Sky Empire – Recensione: The Shifting Tectonic Plates of Power – Part One

Ispirati in egual misura dai classici del passato (Deep Purple, Rainbow, Yes, Rush, Journey) così come da gruppi dalla discografia relativamente più recente (Iron Maiden, Pantera, Dream Theater, Symphony X), gli Sky Empire sono una band progressive metal britannica creata da Drazic Lecutier e che vede un cantante esperto quale Jeff Scott Soto prendere il posto di Yordan Ivanov, col quale gli Sky Empire avevano registrato il loro debutto (“The Dark Tower”) nel 2018 e che a distanza di pochi mesi sarebbe deceduto a causa di un incendio sul posto di lavoro. Con una line-up completata da Remi Jalabert alla batteria, Tom Hobson alle tastiere e Dan Jones al basso, il quintetto londinese non fa mistero delle proprie notevoli ambizioni: quella di “ridefinire l’intero genere” è ripetuta con tale frequenza da diventare qualcosa tra un mantra ed un’ossessione, e non fa altro che alimentare la curiosità verso un disco che – dalla masterizzazione curata presso i leggendari Abbey Road Studios all’edizione in doppio vinile già andata esaurita – sembra avere tutte le carte in regola per consolidare ulteriormente la reputazione di questa realtà. “The Shifting Tectonic Plates of Power”, il cui sottotitolo “Part One” fa naturalmente a pensare ad un seguito già da qualche parte in cantiere, si compone di sette brani e si apre con gli oltre quattordici minuti di “Prolegomenon: The Encomium of Creation”. Un’apertura dalla forte connotazione orchestrale che è anche una chiara dichiarazione d’intenti, perché al suo interno racchiude tutto quello che gli Sky Empire possono impiegare per portare a termine la loro missione. Passaggi dal sapore cinematografico, virtuosismi chitarristici e durate più generose delle già generose dosi di Giorgione (con ben tre episodi su sette attestati tra i dieci ed i quindici minuti) sono molto più che elementi di contorno, con la band inglese: essi costituiscono l’essenza stessa dell’offerta, tanti sono i minuti concessi e l’attenzione rivolta ad ogni cambio di tempo, ad ogni sfumatura, ad ogni suono. Ed è davvero un peccato doversi gustare tutti questi fuochi d’artificio dal terzo anello di una misera riproduzione in streaming. Già.

Ad ogni modo, l’ampio respiro che domina le atmosfere di “Plates Of Power” (lo abbreviamo, che altrimenti solo il titolo prende metà della recensione) permette di godere di uno spettacolo complesso, grandioso e teoricamente esaltante, a metà tra le sue ritmiche di chiara derivazione heavy e gli intermezzi dal sapore neoclassico che le tastiere di Hobson riempiono con gusto. Nonostante la densità di ciascun intreccio, ci si domanda però se davvero tutto il peso compositivo che il disco porta in dote sia necessario, e capace di trasformarsi in un vero valore aggiunto per l’ascoltatore: il minutaggio della prima traccia è certamente presidiato con autorevolezza, ma alla fine di un ascolto che può diventare a tratti stancante ci si chiede se davvero ogni singola variazione sia parte di un tutto organico e riconducibile ad uno stesso titolo. Il confine tra disgregazione ed eclettismo si fa sostanzialmente sempre più labile, e l’arrivo di Jeff Scott Soto nella traccia successiva appare come l’antidoto migliore per riportare gli Sky Empire su binari più facilmente percorribili: della sua classe siamo in tanti ad aver abbondantemente goduto (compresi Yngwie Malmsteen, Talisman e Journey) ma, nel caso specifico, il suo compito appare più arduo. Il motivo è che, all’interno di questo album, le parte melodiche congeniali al singer di Brooklyn suonano più come una svogliata concessione che non come un fulcro intorno al quale sviluppare emozioni, storie e variazioni. E nonostante una performance tecnicamente esente da critiche, la chimica tra lui e la band non sembra completamente realizzata: ascoltando “On The Shores of Hallowed Haven” si ha l’impressione che le due parti si sopportino a vicenda, piuttosto che lavorare insieme alla ricerca di una sfiziosa sintonia, e tutta la gravitas della traccia iniziale si affievolisce mano a mano che passano i minuti e le illusioni. “The Emissary” è leggermente più cantata, sì, ma rivela anch’essa il sostanziale disinteresse di Lecutier per l’intuizione ed il guizzo melodici: nulla di quanto interpretato da Soto appare particolarmente indovinato, al punto che non oso immaginare come ne sarebbe uscito – probabilmente con le ossa rotte – un musicista appena meno duttile ed esperto.

Wayfarer” è forse l’unico brano che si riesca ad apprezzare con spontaneità: sarà per la sua dolcezza, o piuttosto per la timida introduzione di un coro, fatto sta che i suoi dieci minuti abbondanti possiedono un filo logico che è più semplice individuare, perché pensato in funzione della melodia e non viceversa. Il cantato riesce per la prima volta ad agire da vero collante, per la verità non senza qualche affanno attorno alla metà della traccia, e la sensazione di ascoltare un pacchetto dotato di una qualche circolarità assume un carattere di novità, quasi sorprendente, che allo stesso tempo rivela i limiti espressi altrove. Bisogna dare atto agli Sky Empire di aver dato forma, con “The Shifting Tectonic Plates of Power”, ad un intreccio in parte originale, se non altro per il modo in cui combina tecnicismi strumentali, melodie completamente irrilevanti ed ambizioni sinfoniche senza mai trovare un assetto stabile (come il suo titolo suggerisce, d’altronde) nè un convincente punto di contatto tra tutto questo ben di Dio (“The Last Days of Planet Fantasy”, forse il momento peggiore, comunica davvero poco). Una constatazione che lo allontana, per esempio, da altri lavori ascoltati recentemente nei quali l’idea di complessità era anche efficace metafora, del tutto funzionale al concept e felicemente risolta con soluzioni che permettevano a chiunque di cogliere il senso, il piacere e l’emozione. Non avendo avuto la possibilità di ascoltare “Dark Tower” non mi è possibile immaginare una traiettoria, né in quale tipo di parabola questo nuovo album si ponga rispetto al precedente. Quello che posso affermare è che la tragica perdita di Yordan Ivanov sembra aver lasciato un vuoto umano e musicale che la sola presenza di un frontman di successo non è stata sufficiente a colmare: gli Sky Empire suonano come una band ruggente e ferita in preda ad emozioni ancora tutte da metabolizzare ed incanalare in un modo più convincente, ed autenticamente musicale.

Etichetta: ViciSolum Records

Anno: 2023

Tracklist: 01. Prolegomenon: The Encomium of Creation 02. On The Shores of Hallowed Haven 03. The Emissary 04. Into My Father's Eyes 05. Wayfarer 06. The Last Days of Planet Fantasy 07. House of Cards
Sito Web: facebook.com/SkyEmpireMusic

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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