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Inter Arma – Recensione: Sky Burial

Gli americani Inter Arma sono una delle ultime scoperte della Relapse, nome che di per se è sempre un ottimo biglietto da visita, in quanto a qualità e professionalità. Il quintetto di Richmond non fa eccezione, proponendo con “Sky Burial” un album all’insegna di una personale combinazione fra ethos punk-rock e una miscela esoterica di sludge, black e psichedelia.

Seguito del debutto “Sundown” (2010) e dell’Ep “Destroyer” (2012), il nuovo disco rende palese il salto di qualità compiuto dalla band, grazie anche alla buona esperienza live accumulata a fianco di nomi come Cough, Krallice, Castevet, Ken Mode e Hull, ovvero alcune delle migliori nuove leve del panorama indipendente estremo a stelle e strisce.

“Sky Burial” è un album che vive di forti contrasti sonori, luci e ombre che prendono forma di allucinanti e monolitici brani sludge-black, dall’inusitata violenza e pesantezza espressiva (come la splendida opener “The Survival Fires”, oppure la straniante “’Sblood”), e composizioni atmosferiche, dilatate, con un comparto acustico in grande spolvero (“The Long Road Home”, “Love Absolute”).

In ogni caso il songwriting degli Inter Arma è un’entità tanto mutevole quanto minacciosa, come un ipotetico incrocio fra la trascendenza post-core dei Minsk e il gelo scandinavo dei migliori Darkthrone, per nulla incline a compromessi melodici o strutturali, ma al contrario sempre teso verso l’estremo, verso picchi di pathos drammatico e d’intensità raramente toccati con tanta frequenza.

A livello prettamente musicale le chitarre di Russell e Dalton si intrecciano come serpenti distorti attorno alla voce roca di Mike Paparo, evocatrice di tribolazioni e sofferenze interiori, per poi sciogliersi in spogli paesaggi ai limiti di certo dark-folk, nei quali la componente spirituale è sempre un filo rosso teso sotto una superficie apparentemente immota.

“Sky Burial” farà la felicità di chi cerca un sound complesso e articolato, arcigno, severo, ma non privo di una sua personale e lirica magnificenza, nascosta all’interno di un album che sa svelarsi poco a poco, nel riuscito tentativo di rileggere, liberamente e personalmente, una miscela di generi difficili e diversi e dall’elevato peso specifico, perché, come diceva Cicerone (e più tardi Graham Hughes), Inter Arma enim silent leges.

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