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Sinheresy – Recensione: Event Horizon

La promessa dei Sinheresy di raggiungere “nuovi incantevoli orizzonti del metal” non è di quelle da prendere sottogamba… ma, dopo tutto, questo è il quarto lavoro di una band ormai consapevole delle proprie possibilità che ha affidato il mixing a Joost van den Broek (Powerwolf, Epica, Blind Guardian) e la realizzazione dell’artwork a Gustavo Sazes (Arch Enemy, Kamelot, Ad Infinitum), due ulteriori elementi che il sapore dell’ambizione – come dire – certamente ce l’hanno. Ispirati da Evanescence, Within Temptation, Delain, Architects e Beyond The Black, i Sinheresy sono anzitutto un quintetto nato a Trieste nel 2009 e le cui prime esperienze discografiche risalgono a circa cinque anni più tardi, con la pubblicazione del primo full-lenghtPaint The World”. Irrobustita ulteriormente la propria produzione con il rilascio di “Domino” (2017) ed “Out Of Connection” (2019), la band fronteggiata da Cecilia Petrini ritorna oggi con dieci tracce nuove di zecca, all’insegna di quel metal sinfonico dal taglio moderno che noi stessi avevamo a suo tempo definito ispirato, melodico e decisamente più interessante di altri album contemporanei ad esso dello stesso genere. A fronte di premesse tanto solide, è proprio all’insegna della solidità che si aprono le danze di “Event Horizon”: “The Calling” non va tanto per il sottile e si caratterizza immediatamente per il piacevole – e per nulla scontato contrasto – tra l’impatto delle chitarre e la pulizia di entrambe le voci: sia Cecilia che Stefano (Sain) sposano infatti un approccio squisitamente melodico, se si escludono alcune trascurabili infiocchettature growl, una scelta che rende questo tipo di musica forse meno personale, ma certamente più immediatamente accessibile.

SINHERESY - The Life You Left Behind (Official Video)

Per quanto la presenza delle due voci non sia sfruttata in modo particolarmente originale o creativo, l’unione dei suoni funziona e contribuisce a conferire a questo quarto lavoro un’impostazione piacevolmente sbarazzina: “Black Spirit” viaggia veloce alla Blind Channel, al punto che anche lei potrebbe un domani rappresentarci all’Eurovision, le chitarre incalzano ma rimangono rispettose dei propri spazi ed il tutto si lascia ascoltare che è – onestamente – una discreta meraviglia. Attraverso la notevole cura riservata alle parti cantate, i Sinheresy hanno il merito indubbio di sdoganare tutto il resto: l’immediatezza dei loro brani (“The Life You Left Behind” ed il suo poetico intermezzo), infatti, è una specie di cavallo di Troia nella cui pancia si nascondono doppia cassa e ritmi che picchiano come grandine, e che quasi ti ritrovi in casa senza averlo preventivato né davvero volerlo (“Entropy”).

Alla fine degli ascolti è però chiaro che la promessa di esplorare nuovi orizzonti non ha niente a che fare non solo con “Event Horizon”, ma nemmeno con uno stile espressivo ancorato al moderno come quello che il genere impone. Qui modern significa ritmo e disimpegno (“Forbidden Desire”), esecuzione fluida e professionale e nessun imbarazzo nel riproporre, per quanto in chiave leggermente personale, cose sentite e risentite dentro e fuori il Bel Paese (“Castaways” migliora quando le voci tacciono). In un quadro nel quale è l’inarrestabile scorrimento a salvare il disco da un’altrimenti infruttuosa analisi del dettaglio, diventa dunque difficile isolare l’episodio e segnalare lo slancio perché con i Sinheresy, semplicemente, non è questo il punto.

Queste dieci canzoni non si propongono di andare oltre la loro stessa natura, di portare in grembo significati nascosti o rapire l’ascoltatore con chissà quali trovate: il senso pratico del quale la band triestina è evidentemente dotata ha invece portato alla realizzazione di un prodotto rotondo ed interpretato con passione (“Brighter Days”), in perfetta sintonia con i tempi dei millennials (“Revolution”) e fiero della decisione con la quale, durante i suoi trentacinque veloci minuti, rifiuta ogni altro tipo di invito al rischio, alla storia, all’impresa. “Event Horizon” è un disco che, se da un lato non aggiunge nulla di nuovo né al genere né al generoso percorso di questa realtà italiana, dall’altro testimonia l’insospettabile longevità di un genere che, nel suo essere modern e sradicato, in tanti con quel carico di (1) ansia sulle spalle e (2) puzza sotto il naso avrebbero dato irrimediabilmente per spacciato. C’è tutto un mondo vivo, pulsante e divertente là fuori, al quale di osare o innovare non frega assolutamente nulla, perché anche vivere il momento è anche esso – a suo modo – un’arte. I Sinheresy ce lo ricordano con la bora in faccia ed una manciata di buone canzoni che se solo esistesse un Festivalbar del metal, lo vincerebbero facile facile.

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