Seven Spires – Recensione: A Fortress Called Home

“Quelli bravi”. Li chiamo così, gli americani Seven Spires, perchè dopo aver recensito il loro debutto per Frontiers “Emerald Seas“(2020) ed il suo successore, quel “Gods Of Debauchery” sempre rilasciato per l’etichetta italiana (2021), non ho potuto non constatare la perizia tecnica di questi giovani artisti così orgogliosi – d’altronde – dei propri studi presso il Berklee College of Music di Boston. E con essa anche la capacità di fare tesoro delle esperienze ed aggiungere, uscita dopo uscita, quel pizzico di cuore e trasporto in più che ha reso progressivamente più interessante – e stilisticamente estrema – la loro opulenta proposta sinfonica. Fondati nel 2013 dalla cantante Adrienne Cowan e dal chitarrista/produttore Jack Kosto, ai quali si sono aggiunti il bassista Peter de Reyna ed il batterista (ora impegnato con i Testament) Chris Dovas, i Seven Spires – lasciata ormai alle spalle l’etichetta di ragazzi prodigio – ritornano dunque con un album dalla gestazione dichiaratamente sofferta e difficile, composto da dodici tracce per una durata complessiva abbondantemente superiore ai sessanta minuti. Introdotto da un’introduzione sorprendentemente melodica e cinematografica, che mi ha ricordato le nobili imprese dei draghi di “Dragon Trainer” (2010), il disco rivela la sua nuova impronta con l’extreme-epic rappresentato da “Songs Upon Wine-Stained Tongues”.

Pur senza abbandonare il gusto per gli arrangiamenti elaborati ed un’esecuzione da togliere il respiro, la virata effettuata da “A Fortress Called Home” è abbastanza netta: in un quadro generale nel quale l’impronta narrativa diventa predominante, con orchestrazioni e possibili punti di contatto con i Rhapsody Of Fire che si fanno sempre più frequenti, le parti growl – nelle quali inducono entrambe le voci – passano un po’ in secondo piano, arricchendo (forse) il piatto ma offrendo allo stesso tempo una variazione che presto perde di interesse e funzione. Da questo punto di vista questo quarto lavoro – perché focalizzandoci sulle uscite Frontiers non abbiamo citato l’esordio avvenuto nel 2017 con “Solveig” – sembra orientato verso lidi ben più vendibili e tradizionali, con epiche cavalcate ed assoli la cui estensione rappresenta ormai l’unico, vero, fattore distintivo. Ed è come se l’aura di mistero che sembrava voler caratterizzare questa nuova uscita – con quel “good luck” da parte di Kosto a far presagire un ascolto ben più impegnativo e sorprendente – si dissolvesse a favore di un approccio molto più conservativo, cantabile e melodico (“Almosttown”). E dire che dal 2021 al 2024 ne sono successe di cose, si potrebbe obiettare, ma con “A Fortress Called Home” è come se la formazione americana avesse trovato in atmosfere fantastiche, racconti lontani e semplificazione melodica una strada in discesa, un guscio accogliente ed un modo per sopravvivere.

Metabolizzata la sorpresa, bisogna dire che trattandosi dei Seven Spires il concetto di semplificazione assume una valenza relativa: nonostante in questa occasione sia il cantato a trascinarsi dietro tutto il resto, conferendo all’intero disco una connotazione di grande accessibilità, la lunghezza di ogni singolo brano lascia spazio al tipo di esecuzione tirata alla quale i quattro americani ci hanno abituato. E se anche di ritmicamente estremo non c’è poi molto, dal momento che i singoli fili conduttori sono in realtà piuttosto lineari, le note doom (“Impossible Tower”) o quelle power-jazz (“Love’s Souvenir”) fanno in modo che il disco non possa mai essere definito piatto o banale in senso assoluto. Al contrario, per alcuni il fatto di non capitalizzare su quanto proposto in passato, abbandonando quasi completamente la componente prog per lanciarsi nell’affollata arena del sinfonico al femminile, potrebbe rappresentare un’intenzione piena di coraggio e tutto considerato degna di lode… se non fosse che a volte il risultato è generico e piuttosto insapore (“Where Sorrows Bear My Name”). Qui di estremo non ci sono più l’esecuzione o la costruzione, ma piuttosto una libertà di esplorare alla ricerca – paradossalmente – di un’etichetta più comoda e mainstream (“Portrait Of Us”, “No Place For Us”) che possa rendere il nome dei Seven Spires più popolare e commerciabile, pur preservandone una qualche forma di unicità.

Il risultato di questo ordinato vagabondare – o forse del vagabondare che qualcun altro ha ordinato – non è sempre convincente, con accostamenti forzati tra canti da taverna ed interpretazioni alla Tori Amos, inutili dimostrazioni di forza (come il death melodico e sempre più fuori posto di “Architect Of Creation”) e virtuosismi fini a se stessi che a volte sembrerebbero l’unico modo per tenere galla brani troppo lunghi e troppo stanchi, che altrimenti verrebbero facilmente a noia. Ed allora verrebbe voglia di chiedere ai nostri di misurarsi, la prossima volta, solamente con tracce di tre minuti e trenta, giusto per vedere fino a che punto la loro materia può essere plasmata, contorta e ridotta pur suonando sempre “alla Seven Spires”. Allo stato attuale il lavoro del quartetto fronteggiato da Adrienne sorprende per tutto quanto decide di non fare e di non dire: “A Fortress Called Home” non si schiera, non abbraccia né cristallizza alcuna forma, non difende le scelte precedenti né si prende la responsabilità di individuare una strada per condurre la band nel futuro. E se la qualità della produzione è elevata al punto da non permettere che si parli di un passo falso, non si può affermare che la sorpresa suscitata da quest’idea timida e confusa sia di quelle che ti lasciano con un sorrisino complice ed appagato. E quando i nostri assicurano che – ovviamente – questo è “il loro miglior lavoro di sempre”, beh, non credeteci.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. A Fortress Called Home 02. Songs Upon Wine-Stained Tongues 03. Almosttown 04. Impossible Tower 05. Love’s Souvenir 06. Architect of Creation 07. Portrait of Us 08. Emerald Necklace 09. Where Sorrows Bear My Name 10. No Place for Us 11. House of Lies 12. The Old Hurt of Being Left Behind
Sito Web: facebook.com/sevenspiresband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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