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Serious Black – Recensioni: Suite 226

Suite 226 è il quarto album in studio dei Serious Black, band tedesco/americana alla cui formazione nel 2014 contribuì Roland Grapow (Helloween, Masterplan) e fronteggiata da Urban Breed, talentuoso cantante svedese che personalmente ho apprezzato sia a fianco dei suoi connazionali Bloodbound che con i bulgari Project Arcadia (A Time Of Changes, 2014). La presenza di quest’ultimo, e la sostanziale omogeneità degli stili alla quale si presta la sua voce, parrebbe da sola sufficiente ad anticipare la natura dell’album: un metal canoro e moderno, teatrale a tratti, che una volta avviato l’ascolto scopriremo anche contenere un po’ di tutto e di troppo, ivi compresa qualche suggestione sinfonica qua e là.

Nonostante l’etichettatura espressamente melodica, che assicura il retrogusto dolce di questo amalgama (fin troppo dolce: “Fate Of All Humanity”, “Way Back Home” ed i quasi nove minuti della title track sono una combo potente, ma per i motivi sbagliati, di quelle che si attivavano in sala giochi con la mezzaluna), Suite 226 non è un disco immediatamente cantabile: intermezzi parlati, effetti ambientali, assoli mai memorabili e controcori aggiungono una complessità solo apparente, perché nonostante la presenza di questi divertissement si ricava l’impressione di un prodotto al quale l’articolazione barocca (“Solitude Etude”) aggiunge sì minutaggio ma poco o nulla in termini di atmosfera. Come scrivere due volte una frase insignificante. Come scrivere due volte una frase insignificante. Qualcuno potrà sostenere che il disco suona bene come da tradizione dei Finnvox Studios, che l’artwork di Stan W. Decker possiede almeno una parte dell’evocativa minuziosità delle copertine degli anni ottanta e che l’inserimento isterico di nuovi elementi denota almeno un tentativo d’azione, ma mentre We Still Stand Tall si rivela il male minore che si aggrappa saldamente al clichè, mi tornano alla mente le parole crudissime del prof. Filippo Ferrari del Dipartimento di Scienze Aziendali secondo il quale “l’impegno si premia solo alle (scuole) elementari, dopo contano i risultati”. Che qui invece latitano perché il disco non comunica, e quando lo fa è per suggerire una distrazione dotta e volta ad apprezzare la ricchezza espressiva… della lingua italiana: Come Home è una delle ballad meno evocative di sempre, ed il suo ascolto ha il grande pregio di avermi fatto pensare ad un aggettivo davvero bello, “attonito” (“Reso immobile e muto per un fatto inatteso che fortemente s’imprima nell’animo”), che al recensore più fortunato – perché intento ad ascoltare di meglio – non capita spesso di utilizzare.

Era il 2016 quando metallus.it definiva Mirror World “un album di maniera, canonico e senza picchi”, e delle due l’una: o i nostri gusti redazionali si sono felicemente sclerotizzati, che ad una certa età piuttosto morire che cambiare anche solo una virgola, oppure di acqua sotto i ponti dei Serious Black non è che ne sia passata poi tanta. Il nuovo lavoro non può dirsi un prodotto avaro di energie né svogliato, quanto piuttosto un’opera dell’ingegno nella quale a qualcuno deve essere parso ingegnoso sopperire con la sottile silhouette del concept-album e la quantità degli artifici retorici (a proposito, in “Castiel” troviamo anche qualche timida citazione folk) ad un’idea di evoluzione che avrebbe necessitato di una convinzione, di un’articolazione e di una ponderazione maggiori. Il risultato di questo sterile azzardo è un disco abbandonato alle proprie solitudini, che racconta una storia improbabile sospesa tra malattia mentale ed allucinazioni medievali ed il cui ascolto si traduce in un’esperienza poco stimolante, disunita e fondamentalmente irrisolta.

 

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