Secret Sphere: “La musica? Una magia che ci fa stare bene” – Intervista ad Andy Buratto

A pochi giorni dallo Special Show di Sabato 27 Gennaio, con il quale i Secret Sphere celebreranno i venticinque anni di attività insieme ad ospiti nazionali ed internazionali (qui trovate il comunicato ufficiale, con tutti i dettagli della data), non ci sembrava affatto una brutta idea scambiare quattro chiacchiere con Andrea “Andy” Buratto, bassista della band che ha recentemente dato alle stampe il convincente “Blackened Heartbeat”. Ne è uscita un’intervista ricca di contenuti e curiosità, che aiuterà i fan vecchi e nuovi ad addentrarsi ancora di più nel mondo di questi cinque talentuosi musicisti…

Ciao Andy, come stai?

Ciao! Direi tutto bene! Siamo da poco rientrati dal Giappone, che regala sempre un’esperienza emozionante e particolare 🙂

Dal punto di vista discografico, in quale mondo arriva “Blackened Heartbeat” rispetto a quello che due anni fa aveva accolto “Lifeblood”?

 “Lifeblood” era stato composto in un momento un pò particolare per noi, fra la fine dell’era Michele e il ritorno di Rob. A cavallo fra questi due punti importanti della nostra carriera. Quindi c’era un po’ meno stabilità rispetto a questo ultimo disco, dove invece la formazione è di nuovo bella coesa. La separazione da Michele è stato un passaggio avvenuto in totale accordo fra le parti e in un clima totalmente amichevole. Non c’è stato nessuno screzio che ha portato a dividerci. Semplicemente eravamo ad un punto dove impegni esterni e punti di vista sul genere ci avevano allontanato. Siamo tuttora comunque in buonissimi rapporti e ci stimiamo a vicenda. Il ritorno di Rob è stato un passo naturale. Alla fine Rob è la voce originale dei Secret Sphere. Lui voleva tornare a cantare dopo un lungo stop. E così è avvenuto tutto in modo molto spontaneo. Allo stesso tempo erano iniziati i lavori per Lifeblood, che a mio parere e nonostante i cambiamenti si è rivelato un gran bel disco, pur presentando anche influenze di persone esterne alla band.

Ci sono state differenze dal punto di vista compositivo tra i due album?

Il metodo compositivo dei Secret Sphere è da anni ormai sempre lo stesso. Aldo e Antonio Agate sono i principali motori della composizione, specialmente Aldo. Ognuno poi cura il proprio strumento in fase di arrangiamento. Non è comunque una regola ferrea. Tutti possono portare le proprie idee per nuove canzoni.

Personalmente ho avuto l’impressione che questo nuovo disco ricerchi un maggiore equilibrio tra le sue componenti power e progressive, e non a caso la parola “tensione” è forse una delle più ricorrenti all’interno della mia recensione. Come si conciliano queste due anime all’interno della band?

Io rappresento la componente più power. Non sono un grande amante del progressive anche se all’interno del sound dei Secret Sphere c’è spesso stata una componente molto presente. Io personalmente ho sempre amato di più il nostro lato power, il lato sinfonico e quello più epico. Ci sono poi delle band progressive che piacciono anche a me, come ad esempio i DGM, ma altre mi annoiano un po’. Non amo molto i tempi dispari e le parti tutte storte, sono più per le cose dirette! In questo disco, a differenza di alcuni suoi predecessori, la componente power è più rilevante rispetto alla progressiva o comunque più equilibrata. E’ un disco molto metal, arrangiato a mio avviso molto bene ed Aldo ha fatto anche un super lavoro dal punto di vista della produzione audio. Siamo tutti molto contenti del risultato finale. Menzione particolare va fatta per Mark, che alla batteria ha fatto un lavoro mostruoso.

Tornando al carattere ambivalente della vostra musica, trovo che uno dei segreti dei Secret Sphere (il gioco di parole è volutissimo!) sia proprio la tensione irrisolta tra gli elementi: come se ogni brano fosse continuamente in bilico, con le orchestrazioni di Antonio Agate ad affascinare, solleticare e disorientare ancora di più. Si tratta di una componente viva che in qualche modo riconoscete, gestite, limitate?

Le canzoni nascono un po’ da sole. Non si pensa mai prima in che direzione andare. Si lascia sempre libero sfogo all’ispirazione senza porre dei freni o dei binari prestabiliti. Il risultato finale poi dipende anche dal mood che si ha in quel determinato periodo, nel momento in cui nasce un’idea, si sviluppa e poi si arrangia.

Parlando nello specifico di “Blackened Heartbeat”, ho particolamente apprezzato il modo in cui la natura oscura della sua storia trova una perfetta trasposizione in musica: a chi si deve la paternità del concept? Pur in assenza di punti di contatto, la storia del Dr. Julius mi ha fatto tornare alla mente il Dr. X di “Operation Mindcrime”…

Il concept è stato creato e sviluppato da tre persone: Aldo, Rob e Costanza Colombo, con cui già in passato avevamo collaborato. Credo sia una storia molto interessante, che si sposa perfettamente con quello che è stato creato musicalmente. Il concetto è stato poi ripreso anche nei video clip. C’è un atmosfera che richiama molto film come ad esempio Spleepy Hollow e l’epoca vittoriana.

Nonostante il carattere fittizio del racconto, ci sono anche dei punti di contatto con il quotidiano e, in particolare, con il tema della malattia e del malessere mentale?

L’idea principale in realtà parte da un fatto di vita reale, dalla vita e le esperienze vissute da una persona che Rob ha conosciuto anni fa. Il tutto è stato poi condito con la fantasia e romanzato. E’ un viaggio attraverso i disturbi che purtroppo a volte nascono nella mente umana. Attraverso la storia si cerca di creare spunti di riflessione e parlare di un argomento spinoso, triste ma che è sicuramente di interesse visto che riguarda appunto l’essere umano.

La seconda parte del disco mi è sembrata come un piacevole “ritorno a casa”, forte di un approccio ugualmente spumeggiante ma in un certo senso più canonico e diretto rispetto ai fuochi d’artificio delle prime tracce: un’ulteriore testimonianza della duttilità che vi caratterizza?

Come ti dicevo prima non c’è mai una pre-riflessione su come devono essere i brani di un disco. Vanno un pò da soli… Quindi sia i più complessi che i più diretti sono usciti del tutto spontaneamente, seguendo l’estro del momento. A volte Aldo è più complicato, altre volte è più diretto 🙂 A seconda di questo una canzone prende una o l’altra strada. Essendo lui il principale compositore, le canzoni dei Secret Sphere sono molto lo specchio della sua anima. Che poi noi condiamo con le nostre sensibilità. Anche lo zampino di Antonio è fondamentale. Le atmosfere delle orchestrazioni dipendono molto anche dal suo modo di comporre. Lui è sempre stato con noi anche dopo essere uscito dalla line-up. Credo che il sound Secret Sphere sia frutto del lavoro di questo team di compositori che ormai da anni è decisamente rodato.

Il vostro stile eclettico non può prescindere, come avviene specialmente in ambito progressive, da una robusta dose di tecnicismo: come si fa in modo che la complessità esecutiva non abbia il sopravvento sull’anima della vostra musica?

Di noi cinque – o di noi sei, contando anche Antonio – sono forse la persona meno indicata a rispondere a questa domanda. Io ho un modo di suonare decisamente hard rock. E’ da lì che vengo ed è da lì che si è formato il mio stile come musicista. Io suono nei Secret Sphere esattamente come suono negli Hell in the Club o negli Eternal Idol o in qualsiasi altro progetto di cui possa fare parte. E’ come se Rachel Bolan andasse a suonare negli Helloween, per capirci, senza cercare di suonare come un tipico bassista power metal. Io amo tutta la musica (o quasi tutta), in primis l’hard rock e il metal in ogni loro sfumatura. Ma il mio modo di suonare il basso è sicuramente più vicino all’hard rock che a qualsiasi altro genere.

Come ho più volte scritto nelle mie recensioni, ho apprezzato tantissimo il contributo di Aldo e Marco in “X” dei Death SS. Trovo straordinario che siano riusciti ad esportare lo “stile Secret Sphere” in un territorio apparentemente insidioso. E, dopo tutto, il fatto stesso che si possa parlare di uno “stile Secret Sphere” è tanta roba.

Aldo ha suonato nei Death SS per 16 anni ma ciò non toglie che la band abbia un suono e uno stile molto personale. Non particolarmente originale o innovativo, ma sicuramente personale. Questo è dovuto sia alla predisposizione compositiva di Aldo e di Antonio in campo metal sinfonico e sia al modo che ognuno di noi ha di suonare il proprio strumento. Già ciò che dicevo prima, sul mio modo di suonare il basso, crea sicuramente una particolarità. Aggiungi il modo di suonare di ognuno di noi e, tac!, ecco lo stile e il suono Secret Sphere!

I Secret Sphere non hanno mai riposato sugli allori: dai cambi di etichetta a quelli intervenuti all’interno della formazione, sembra che questa band – certo, al pari di altre – abbia sviluppato una capacità di adattamento che gli ha permesso di presentarsi ancora una volta in forma eccellente, come se gli anni non fossero mai passati. Come si superano le difficoltà, uscendone ancora più forti?

Banale ma vero: con la passione. Con l’amore per ciò che si fa e la voglia che non viene mai a mancare. Certo tutti abbiamo avuto dei momenti di smarrimento. Ma fortunatamente non definitivi. Per noi, ma come credo per molti musicisti, la musica è anche un bisogno, un qualcosa che solo chi suona può capire… quella magia che ci fa stare bene e che senza di essa saremmo persone perse.

Parlando delle / alle band italiane, quali sono state secondo voi le uscite più interessanti dell’anno? Magari qualche gemma nascosta che è sfuggita anche ai nostri potenti radar…

In Italia abbiamo moltissime band incredibili. Musicisti molto preparati e con una passione enorme. Molti dei quali abbiamo la fortuna di averli come amici oltre che come colleghi. Ci sono band che stanno avendo anche ottimi risultati a livello di vendite e popolarità. E questo mi rende molto felice.

Dal punto di vista della vostra attività live, che cosa possiamo aspettarci dall’anno che verrà?

Intanto ti cito l’imminente data al Legend Club di Milano, che sarà un concerto particolare dove saranno presenti alcuni dei musicisti/amici dei quali ti raccontavo prima. Sarà una serata dove festeggeremo l’anniversario dei 25 anni di “Mistress of the Shadowlight” il nostro primo lavoro discografico. Io adoro collaborare con vari musicisti e non vedo l’ora che sia il 27 di Gennaio! In programma poi abbiamo alcuni festival all’estero già fissati e stiamo lavorando ad un tour vero e proprio in compagnia di qualche altra band. Abbiamo tantissima voglia di portare questo nuovo disco e i vecchi cavalloni di battaglia in sede live ovunque. Da questo punto di vista siamo rimasti gli stessi di 25 anni fa!

Vi ringrazio tantissimo per la vostra disponibilità e, ovviamente, vi chiedo un saluto speciale per i lettori di metallus.it, che come saprete sono anch’essi tra i più speciali ed appassionati!

Ringrazio te Marco per la chiacchierata e tutti i vostri lettori. Vi aspetto tutti in sede live per divertirci insieme e scambiare qualche parola! Grazie davvero di cuore a tutti coloro che ci seguono e ci supportano come band. A prestissimo!

Marco Soprani

view all posts

Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi