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Scream Maker – Recensione: Land Of Fire

Il punto qual è, si domandano in molti. Orbene, il punto è che a me l’ultimo disco dei polacchi Scream Maker era piaciuto parecchio, al punto che lo scorso dicembre – dopo aver speso due righe sui trascorsi della band in questione – avevo definito senza mezzi termini “Bloodking” un prodotto consistente e solidissimo sotto tutti gli aspetti. L’occasione di ascoltare il nuovo lavoro di questo quintetto innamorato di Ronnie James Dio con all’attivo date in compagnia di Judas Priest, Motörhead, Megadeth, Saxon, Slayer, Nightwish, Primal Fear e Stratovarius è quindi piuttosto ghiotta, anche in virtù del fatto che “Land Of Fire” rappresenta il primo lavoro realizzato esclusivamente per Frontiers. Caratterizzato dagli stessi suoni leggermente freddi ed analitici che avevo apprezzato anche in occasione della precedente recensione, il nuovo lavoro introduce se stesso all’insegna di un heavy moderno, melodico e pimpante, che – ormai lo abbiamo capito – rappresenta il marchio di fabbrica della formazione fronteggiata da Sebastian Stodolak. Il loro è un metal che, pur appartenendo a pieno titolo al presente, presenta ancora un po’ di quella ingenuità e di quel gusto pastoso anni ottanta che in molti rimpiangiamo, interpretati dai nostri con rispetto, convinzione e tecnica. Un metal brillante ed in un certo senso trasversale che, ad esempio, in “Perpetual Burning” ha qualcosa di Iron Maiden ed Helloween, pur senza scopiazzare davvero da nessuno dei due.

Scream Maker - "Can't Stop The Rain" - Official Music Video

Complici i suoni moderni, gli Scream Maker cantano melodie potentissime (“Can’t Stop The Rain”) ma senza cedere troppo il passo al sentimentalismo, alternando cantabilità e ruvidità metalliche con una facilità che sorprende davvero, e non stanca mai. Già dopo le prime tracce, ed in virtù di questa agilità di mano e di testa, si ha l’impressione che sui loro dischi succeda sempre qualcosa e non ci si possa mai annoiare, anche se la ricerca della novità e dell’artificio retorico non è mai fine a se stessa: al contrario, le singole tracce filano che è un piacere – alcune persino troppo velocemente – e quando ti viene voglia di riascoltare una canzone senza avere ancora sentito le altre, riprendendoti almeno una parte del tuo tempo, sai che anche “Land Of Fire” ha tutta l’intenzione di continuare a fare le cose per bene e cementare un percorso che merita di essere conosciuto.

Con tre ottime canzoni poste all’inizio della scaletta, le cose per gli Scream Maker si fanno tutte in discesa, nel senso che con basi così solide la probabilità che anche il resto sia sullo stesso livello sono elevate. Con il mid-tempo di “Zombies” a fare in un certo senso da riposante raccordo, la qualità del disco trova ripetute conferme nell’incidere heavy e potente di “A Nail In The Head”, nei punti e virgola alla Testament di “The Rider” e nel tocco nordico di “See The Light” che soddisferà anche il palato di chi ama le proposte scandinave. Forse solo la ballad finale “Below” appare leggermente sotto tono, se non altro per il fatto che dopo quaranta minuti tiratissimi questo improvviso rallentamento dei ritmi suona come una forzatura (necessaria?) e la band appare meno a suo agio quando è costretta a rinunciare a mordere il freno come nella rimanente parte del disco. Si tratta in ogni caso di una circostanza del tutto irrilevante – come la canzone stessa, del resto – che non compromette in alcun modo la notevole consistenza del tutto, e che testimonia per contrasto quale sia esattamente l’idea di musica che scorre nelle vene di questa formazione, tanta è la passione e l’efficacia con le quali viene interpretata e registrata, abbattendo di fatto le barriere tra studio e dimensione live.

A testimonianza che quello di “Bloodking” non era stato un illusorio fuoco di fiamma, gli Scream Maker dimostrano anche in questa occasione di avere tutte le carte in regola per compiere il grande salto: il loro metal è genuino ed allo stesso tempo vendibile, sempre alla ricerca di qualcosa di non scontato (“Dark Side Of Mine” ed il modo tronco in cui chiude il ritornello), moderno ma al tempo stesso saldamente ancorato a quegli stessi grandi nomi con i quali loro hanno più volte condiviso il palco, come a dire che – se anche gli anni di esperienza e le vendite sono meno – quella condivisione di pubblico ed energia è non solo possibile, ma sotto tutti gli aspetti meritata.

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