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Scream Maker – Recensione: Bloodking

Gli Scream Maker sono un quintetto formatosi a Varsavia – splendida capitale che ricorderò sempre anche per la mia prima esperienza in un angusto capsule hotel – nel 2010 e recentemente messo sotto contratto da Frontiers: parliamo quindi di una band che, per quanto ancora in attesa di pubblicare il primo vero album per la loro nuova etichetta italiana (“Bloodking” è infatti una semplice ristampa di un album già auto-pubblicato nel corso dell’anno), può già vantare alcune importanti frecce nel proprio arco. Un EP, tre album, l’ideazione di un Ronnie James Dio Memorial sempre più consolidatosi negli anni e più di trecento show in Polonia ed all’estero che hanno valso un cospicuo seguito in Cina (!) non rappresentano certo un trascurabile biglietto da visita: biglietto al quale si aggiungono fitti contatti con l’Italia che risalgono alla registrazione dell’album di debutto, avvenuta nel 2014 con la produzione di Alessandro Del Vecchio, e che si sono ulteriormente consolidati con lo stesso musicista/compositore in occasione dei successivi “Back Against The World” (2015) e, appunto, “Bloodking”. L’album con il quale Frontiers ha dunque deciso di solleticare la curiosità degli appassionati è un buon esempio di heavy di attitudine classica (le esperienze live con Judas Priest, Saxon e Primal Fear si fanno sentire) ma reso in ogni caso moderno da una produzione di alto livello e da quelle ritmiche scomposte che, proprio come fanno gli chef in cucina, rielaborano piacevolmente quello che abbiamo già mangiato mille volte per regalarci l’illusione di assaggiare qualcosa di cui parlare.

Scream Maker - "Bloodking" - Official Music Video

Gli elementi innovativi non sono dunque il motivo principale per cui vale la pena ascoltare questo disco, che in realtà già dalla sua stessa catalogazione “heavy metal” preferisce mettere le cose in chiaro: “Bloodking” è soprattutto un prodotto di indomabile e sublime quantità (quindici tracce e quasi un’ora e dieci di materiale, a novanta centesimi a traccia è un affare a prescindere), capace di belle progressioni melodiche (come nella title-track ed in “Hitting The Wall”) che mi fanno accostare questi polacchi ad un’altra formazione della quale attendo da anni la definitiva consacrazione: quegli Stormzone che da “Three Kings” (2013) in poi mi danno sempre l’impressione di essere sul punto di fare il botto, ma poi manca sempre quel tanto così per riportare l’Irlanda del Nord al centro delle cronache metallare. Gli Scream Maker non sembrano d’altronde una realtà in attesa di esplodere, musicalmente parlando: la consacrazione in patria è avvenuta da un pezzo e forse l’unico tassello mancante è una maggiore riconoscibilità e vendibilità su tutto il territorio europeo, salvo il fatto che il continente asiatico appare come detto già ampiamente presidiato. Come ci si aspetterebbe da una formazione esperta e gratificata, Sebastian Stodolak e compagni sono efficaci non solo quando si tratta di premere sull’acceleratore, attività che li vede impegnati per la maggior parte di questo godevole tour de force, ma anche quando decidono di rallentare il ritmo e dimostrare di quale duttilità sono capaci: “Tears Of Rage” offre sconfinate distese strumentali nelle quali perdersi, “When Our Fight Is Over” e “Brand New Start” rivelano senza pudore l’anima melodica degli Scream Maker ed il loro inno, “Scream Maker” appunto, è un episodio virale come certi meme che si ficca nella mente e forse avrebbe beneficiato di cori ancora più epici, laddove la voce raddoppiata sembra invece la soluzione più spartana prediletta dalla band.

Inutile girarci attorno, comunque lo si collochi nella discografia dei polacchi (come il loro ultimo disco pre-Frontiers? Come il primo pubblicato da Frontiers, ma non prodotto davvero per Frontiers?), “Bloodking” è un prodotto consistente e solidissimo sotto tutti gli aspetti, tra l’altro molto piacevole da ascoltare anche dal punto di vista dei suoni (“Join The Mob”) e dell’impeccabile produzione, che testimonia quello che a tutti gli effetti è il modo più comune di interpretare oggi l’heavy europeo in chiave contemporanea, contaminandolo e sporcandolo quanto basta (“End Of The World”) ma senza farci perdere il contatto con quanto molti di noi hanno cominciato ad ascoltare a metà degli anni ottanta (“Petrifier” mi ha ricordato un po’ gli Iron Maiden della seconda parte di “Fear Of The Dark”). Questo è un disco che rispetta il suo passato, che nonostante gli anni non ha perso di mira il divertimento (“Powerlust”), che coinvolge senza rinunciare alla propria attitudine spontanea e forse un poco grezza, che grazie alla sua generosa estensione ha qualcosa un po’ per tutti e che, evidentemente, cova la legittima ambizione di portare il proprio messaggio – anche grazie all’approdo discografico in terra italiana – ad una platea ancora più vasta, entusiasta e nostalgica ma solo in modo sussurrato. Come si dice grandi in polacco?

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