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Satyricon – Recensione: Deep Calleth Upon Deep

“Questo album potrebbe essere l’inizio di qualcosa di nuovo, oppure potrebbe essere l’ultimo. Nell’uno o nell’altro caso dovrà essere speciale.” Sono le parole dello stesso Sigurd “Satyr” Wongraven a introdurre “Deep Calleth Upon Deep”, il nono e atteso studio album dei norvegesi Satyricon.

Sono passati quattro anni da quel disco omonimo che funzionò per la band come un nuovo punto di partenza e proprio da “Satyricon” il nuovo album prende spunto, concedendosi lunghi passi avanti. A questo aggiungiamo l’esperienza della malattia di Satyr (al quale era stato diagnosticato un tumore benigno al cervello) che pare riversarsi nei testi, il tour con il Norwegian National Opera Choir e l’avvicinamento dei nostri alla musica classica e operistica.

“Deep Calleth Upon Deep” fa suo tutto questo e apre nuove prospettive musicali al gruppo. Beninteso, i Satyricon sono sempre e comunque riconoscibili, non manca certo quello stile volutamente “minimal” che si esprime attraverso il mid tempo, nemmeno il riffing melodico e costante dal flavour rock che è diventato tratto distintivo nella seconda fase della carriera, ma tutto si evolve, cresce, si contamina senza snaturarsi.

E’ il trionfo dell’epico, della melodia solenne che cattura e ben si inserisce nel contesto malinconico e crepuscolare del disco. Un lavoro già diverso fin dalla copertina di colore bianco che raffigura un disegno a carboncino di Edvard Munch sull’eterno dualismo “amore/morte”, o meglio “vita/morte”, che paiono più volte richiamate nelle liriche.

Ogni tassello è al suo posto, a partire dai tappeti di riff che creano una melodia grandiosa in “Midnight Serpent”, un brano permeato da un forte gusto hard prog tanto nel ricorso a strumenti tangenziali come il mellotron, quanto nei preziosismi mai eccessivi delle chitarre e della batteria di Frost, sempre più tecnico delle pelli. La voce del baritono Håkon Kornstad, cantante d’opera e guest dell’album, ne rafforza la natura epica.

E’ un susseguirsi di ricerca sonora che percepiamo tanto nei pezzi più lineari e dalla maggiore impronta black (la drammatica “To Your Brethren In The Dark” e “Black Wings And Withering Room”), tanto in quelli dove i nostri si prendono tutte le licenze possibili dai limiti del genere. Ecco allora una magnifica infilata come la tiltetrack e “The Ghost Of Rome”, dove l’impostazione rock’n’roll della chitarra crea una melodia portante mnemonica incredibilmente d’effetto e di nuovo arricchita dalla voce del baritono.

“Dissonant” è invece il pezzo che si isola dal resto del lotto, con i suoi ritmi atipici e cangianti, un marcato gusto progressive e le intrusioni del sax. L’impronta blues di “Burial Rite” congeda la band che in questo brano in particolare fonde tra i solchi del black il suono potente dei corni e le fughe di un anarchico violino.

“Deep Calleth Upon Deep” è disco da ascoltare a lungo, di volta in volta capace di rivelare nuovi spunti e chiavi di lettura. Semplicemente, un’opera in nero di grande bellezza.

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