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Sadist – Recensione: Spellbound

In quasi trent’anni di carriera i Sadist sono riusciti a mantenere un’integrità artistica invidiabile, che purtroppo non ha permesso loro di uscire dallo status di band di culto: troppo estremi per aspirare ad un vasto pubblico mainstream, troppo ordinati (ed ordinari) per suscitare l’interesse degli adoratori del caos lovecraftiano predicato da Aevangelist, Mitochondrion ed affini. Un peccato, in ogni caso, perchè la band genovese è da sempre autrice di dischi impeccabili, e “Spellbound“, che esce su Scarlet a tre anni dal già ottimo “Hyena” è qui, se ancora ce ne fosse bisogno, a dimostrarlo.

Tra i due lavori ci sono state le scorribande hard rock di Trevor, prima con i The Wolves e poi nella rilettura del canzoniere AC/DC, ma chi cercasse tracce di queste esperienze nel nuovo lavoro rimarrà probabilmente deluso. Il suono dei Sadist non cede ad alcuna lusinga, non si ammorbidisce, semmai rilancia in durezza. Ispirato ai classici di Alfred Hitchcock ed in barba alla proverbiale ironia del regista, “Spellbound” è un lavoro di sorprendente cupezza, in cui, una volta entrati, si intravede appena, e quel poco che si riesce a scorgere non è per nulla rassicurante. Al netto di un paio episodi accattivanti (“The Byrds“, con la sua ferocia anthemica ed il mid-tempo strumentale di “Notorius“) il gruppo sceglie di percorrere sentieri meno battuti, preferendo alla struttura ormai collaudata prog death un faticoso progettare e costruire fatto di tastiere e chitarre che mai sono riuscite a compenetrarsi cosi elegantemente. Quello che fa davvero decollare  il progetto, al di là della buona volontà,  è la qualità delle  canzoni scritte per l’occasione, come “Bloody Bates” (scelta a sorpresa come singolo), rappresentazione cruenta su cui si stagliano  calde atmosfere Morriconiane, una “I’m The Man Who Knew Too Much” che lambisce lo sludge, “The Mountain Eagle”, che con il suo assolo di elettrica sognante è l’unico riferimento al passato recente di “Hyena“, oppure la titletrack, con le folate trash ed un intro sinistro che pare scritto dai Fantomas.

Spellbound” è quindi un disco difficile, da prendere (e comprendere) a piccoli sorsi,  che conferma non solo l’importanza dei Sadist nel panorama internazionale del metal estremo, ma anche la loro capacità di continuare a crescere musicalmente, pur rimanendo fedeli ad uno stile ben definito.

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