Rush – Recensione: Permanent Waves

Dopo i bagordi prog degli anni ’70 in cui i Rush erano esplosi come una supernova nel mercato discografico mondiale, avevano in seguito rischiato il flop commerciale più totale alla vigilia della pubblicazione di “2112” ed erano tornati tra i leader della musica colta mondiale grazie al live “All The World’s A Stage” ed al complesso “Hemispheres” i canadesi, attraverso “Permanent Waves” corressero decisamente il tiro, semplificando il loro approccio musicale (che darà il via ad un decade caratterizzata più dai sintetizzatori che dalle chitarre di Alex Lifeson).

Messe definitivamente da parte le lunghe suite, attraverso il riff dell’hit single “The Spirit Of Radio” (che tentava appunto di simulare l’andamento delle onde radio) si cambia completamente registro, l’immediatezza prende il sopravvento, anche se non mancano i cambi di tempo e le liriche ricercate di Neil Peart; il finale di pezzo ad esempio tra reggae e cori da stadio è inaspettato quanto perfettamente azzeccato.

“Freewill” alterna la semplicità del refrain col saliscendi ipnotico delle strofe ed una tecnica strumentale corale assoluta nella parte dell’assolo; non mancano in “Permanent Waves” infatti passaggi dal taglio prog con la voce di Geddy Lee è sempre high pitched (il nostro abbasserà di qualche tono il suo approccio solo da “Presto” in poi).

“Jacob’s Ladder” risente ancora dell’imprinting della decade appena trascorsa e alterna momenti marziali ad una fluidità chitarristica e ritmica che lo rendono un pezzo immortale (tra l’altro tornato in scaletta nel loro ultimo tour… ultimo in tutti i sensi purtroppo); la produzione del fido Terry Brown è pressoché perfetta e lo si percepisce in particolare in uno dei pezzi minori dei Rush, “Entre Nous” coi suoi inserti di chitarre acustiche, Mini Moog, sintetizzatori e i numerosi cambi d’accento che la maggior parte delle band non riescono ad accorpare in un’intera carriera.

“Different Strings” è il momento più soft e delicato dell’album, una delle poche ballad pure scritte dal trio e che vede ospite il grafico Hugh Syme al pianoforte… ideale trampolino di lancio per una dei più bei pezzi mai composti dai nostri, “Natural Science”! Diviso in tre parti, questo capolavoro inizia acustico ed inquietante grazie alla 12 corde di Lifeson e progredisce in un arpeggio doppiato dalla ritmica che scatena un riff che è alla base di quello che oggi chiamiamo progressive metal; accordi di tastiera e intermissioni robotiche cercano di stemperare un’atmosfera che però rimane carica di tensione prog in cui non si contano le sfumature e variazioni… insomma il pezzo da tramandare ai posteri per far comprendere la genialità irraggiungibile di questo trio.

Rush-permanentwaves-cover

Etichetta: Anthem Records/ Mercury

Anno: 1980

Tracklist: 01. The Spirit Of Radio 02. Freewill 03. Jacob’s Ladder 04. Entre Nous 05. Different Strings 06. Natural Science
Sito Web: https://www.facebook.com/rushtheband

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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