Megadeth – Recensione: Rude Awakening

E così anche la band di terribile Dave giunge all’appuntamento con il disco dal vivo, colmando in questo modo una imperdonabile lacuna nella discografia di uno dei gruppi più rappresentativi dell’intero movimento. Come è evidente dalla non eccelsa qualità delle ultime uscite, non siamo sicuramente all’apice della verve creativa dei Megadeth, ma  il buon successo commerciale di ‘The World Needs Hero’ e il feeling ritrovato con l’audience metal sono stati probabilmente  stimoli sufficienti a portare finalmente in porto il progetto tanto rimandato. Se partiamo da questi presupposti, ci renderemo conto di come ‘Rude Awakening’ non possa che essere un lavoro contraddittorio: da un lato ritroviamo la solita precisione chirurgica, la grandezza dei pezzi classici e la professionalità estrema di musicisti con gli attributi al punto giusto, dall’altro è innegabile che una parte del feeling se ne sia andata per sempre. Ed infatti, nonostante tutta la forza di brani come ‘In My Darkest Hour’ e ‘Hangar 18’, la band sembra maggiormente a proprio agio nell’interpretazione degli episodi più recenti che vengono riproposti in modo perfetto e probabilmente superiore alla stessa resa da studio. Non possiamo dire la stessa cosa del materiale storico, che suona si senza sbavature, ma non rende lo spirito  con la forza comunicativa dei bei tempi. Ormai i Megadeth sono una band che nulla ha di furioso e questo risulta più che mai evidente in un brano come ‘Mechanix’ che non conserva la metà della maleducata carica originaria. Stesso discorso per la voce di Mustaine: canta bene, per quello che sono le sue possibilità, ma il ghigno acido di una volta si è trasformato in uno squittio ben meno minaccioso. Nessuna  delusione, visto che la registrazione  potente e la prestazione strumentale sempre inappuntabile non lasciano troppo spazio alle critiche, ma  un confronto virtuale con quanto era in grado di fare la band dieci anni fa sarebbe quantomeno imbarazzante. Insomma, ‘Rude Awakening’ resta un appuntamento  da non mancare solo per  i fan del gruppo, gli altri possono  continuare tranquillamente a guardarsi in giro.

Voto recensore
6
Etichetta: Metal Is / Edel

Anno: 2002

Tracklist:

Tracklist: Disc1: Dread And The Fugitive Man / Kill The King / Wake Up Dead / In My Darkest Hour / Angry Again / She Wolf / Reckoning Day / Devil’s Island / Train Of Consequences / A Tout Le Monde / Burning Bridges / Hangar 18 / Return To Hangar / Hook In Mouth Disc2: Almost Honest / 1000 Times Goodbye / Mechanix / Tornado Of Souls / Ashes In Your Mouth / Sweating Bullets / Trust / Symphony Of Destruction / Peace Sells / Holy Wars


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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