Royal Hunt: Live Report della data di Codevilla (PV)

Una serata all’insegna del metal di classe, quella organizzata al Thunder Road di Codevilla. Ad aprire il concerto ci pensano i Dark Horizon, una delle più gradite sorprese dell’anno in campo metal classico che anche nella dimensione live dimostrano di stare tranquillamente qualche gardino sopra la media delle band in circolazione. Qualche piccola pecca si riscontra, soprattutto nella non perfetta fuoriuscita dei suoni che se pur estremamente potenti penalizzano oltremodo due elementi fondamentali per la band come voce e tastiera. Per il resto ci siamo, nella mezz’ora concessa al gruppo vengono eseguite con precisione e il giusto feeling le canzoni più rappresentative dell’ultimo lavoro, con una chiusura emozionante dedicata alla trilogia sul condottiero Annibale. Peccato solo che l’inizio anticipato dell’esibizione abbia impedito ad alcuni di assistere alla bella prestazione della band. I piemontesi Secret Sphere sono saliti sul palco molto carichi e, sotto le note di una intro classica decisamente suggestiva, hanno aggredito la platea purtroppo non supportati da suoni all’altezza: le chitarre di Paco Gianotti e Aldo Lonobile erano sommerse dall’esagerato volume del basso e della doppia cassa con l’aggravante che anche i solos sembravano più dei sibili o scariche elettrostatiche che una serie di note dal senso compiuto. I pezzi, tutti guidati da un Ramon che denota un’estensione e potenza esecutiva notevoli non si sono concentrati solo sull’ultimo ‘Heart & Anger’ di cui ricordiamo con piacere ‘Loud & Raw’ e ‘Dance With The Devil’ ma anche sugli album precedenti andando a pescare alcuni pezzi rappresentativi come ‘Rain’, ‘Under The Flag Of Mary Read’, ‘Lady Of Silence’ e ‘Recall Of The Valkyrie’; buona la presenza sul palco (sicuramente frutto della buona esperienza live accumulata) con una particolare attenzione prestata ai controcanti eseguiti da ben tre membri della band. Purtroppo i pezzi citati sono stati affiancati da canzoni troppo monotone e ripetitive cha hanno fatto calare l’attenzione del pubblico ed abbassato leggermente la qualità del concerto nel suo insieme.

L’output dei suoni si è decisamente livellato con l’ingresso sullo stage dei navigati Royal Hunt che si presentavano in Italia a supporto del recente (e sinceramente non trascendentale) ‘Paper Blood’; c’era inoltre notevole curiosità nel testare in sede live il rientro dietro le pelli di Kenneth Olsen e l’esordio dei due nuovi entrati…il chitarrista Marcus Jidell ed il bassista Per Schelander (proveniente dagli House Of Shakira). È stata proprio la title track dell’ultimo CD a dare il via alle danze rivelando allo sparuto pubblico (un centinaio di persone ad essere ottimisti) oltre che la buona verve scenica del singer John West anche la graziosa presenza di una delle due storiche coriste della band danese, Maria McTurk, rimasta a punteggiare insieme agli stessi Jidell e Schelander le linee vocali tracciate dal cantante americano. Anche nel caso dei Royal Hunt è stato saccheggiato un po’ tutto il repertorio e, ad essere sinceri i pezzi degli ultimi due lavori sfigurano non poco in confronto a classici come ‘The Mission’, ‘Surrender’, ‘Follow Me/Cold City Lights’ (eseguite in medley), ‘Message To God’ (purtroppo l’unico estratto dall’inarrivabile ‘Paradox’), ‘Last Goodbye’ e la conclusiva e trascinante ‘Epilogue’. Molto convincente la prova generale di ogni membro della band: West non pare volesse sforzare eccessivamente la voce (forse in previsione delle numerose date del tour ancora da sostenere) pur denotando un’ottima estensione ed una sentita interpretazione soprattutto nei momenti più riflessivi; il nuovo chitarrista, da buon svedese, ha sciorinato tecnica e gusto chitarristico con una particolare propensione al riffing heavy (non di poca ispirazione deve essere stata la vicinanza con Pontus Norgren già chitarrista di Talisman e Humanimal e che ora accompagna gli “hunters” in qualità di tecnico del suono) mentre quadrata e senza sbavature è parsa la sezione ritmica. Ovviamente una menzione particolare va fatta a colui che è la vera anima del gruppo, Andre Andersen, che contornato da ben sei tastiere (più una portatile con la quale si è esibito in un’infuriata versione di ‘Martial Arts’ e in un simpatico siparietto con Jidell e Schelander) è colui che forma la vera struttura portante di tutti i pezzi oltre che esibirsi in scale neoclassiche impressionanti per velocità e precisione. Ottima prestazione quindi per una band che si è ormai ritagliata un posto di tutto rispetto nel panorama heavy-hard rock.

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