BOWERY 315: ANATOMIA DI UN TERREMOTO
Nel 1973, il civico 315 di Bowery non era un semplice indirizzo: era una sentenza. Situato nel cuore pulsante del degrado di Manhattan, tra dormitori pubblici e i “vecchi punk” del fatiscente Palace Hotel (che dai piani superiori lanciavano bottiglie contro chiunque cercasse di entrare), il CBGB-OMFUG nacque sotto i peggiori auspici. Il proprietario, Hilly Kristal, non cercava la gloria del punk — termine che allora non significava nulla — ma un rifugio per il country, il bluegrass e il blues. Eppure, la storia ha un cinico senso dell’umorismo: quello spazio angusto e maleodorante sarebbe diventato l’incubatore della rivoluzione musicale più importante del XX secolo.
Oggi, grazie alla cura di Luca Frazzi per Interno4 Edizioni, esce la prima pubblicazione italiana del libro di Roman Kozak, “Questa non è una discoteca“, nella quale possiamo finalmente immergerci in una cronaca orale che documenta il miracolo del CBGB mentre si compiva, rivelando come dietro la facciata di “santuario del rock” si celasse un laboratorio di sopravvivenza urbana ed estetica estrema. Al centro di questo caos c’era Hilly, un uomo onesto, paziente e quasi eroico nella sua capacità di sopportazione. Gestiva il locale come un’economia familiare insieme alla figlia Lisa e alla ex moglie Karen Kristal, la vera “sceriffa” del club, nota per strappare personalmente gli spinelli dalle mani dei clienti. In un quartiere dove la polizia entrava raramente, l’ordine era garantito da un patto non scritto con gli Hell’s Angels, la cui clubhouse a pochi isolati assicurava protezione; un legame nato quando Hilly accettò di ospitare un loro raduno nonostante le feroci proteste dei residenti.
Oltre alla protezione della strada, a ridefinire le regole del locale fu un diktat interno dello stesso proprietario: la regola d’oro di Kristal era rivoluzionaria, non si suonano cover. Voleva musica originale, non importa quanto grezza. Questo principio attirò i reietti della scena newyorkese, a cominciare dai Television di Tom Verlaine e Richard Lloyd, che ottennero il primo ingaggio grazie a un bluff orchestrato insieme al manager Terry Ork. La band portò un rock spigoloso che ridefinì l’uso della chitarra elettrica, debuttando nel marzo 1974 davanti all’obiettivo di Roberta Bayley. L’incasso fu di appena 50 dollari: al gruppo rimasero solo le briciole.
Fu proprio questa cronica mancanza di fondi a forgiare l’estetica punk. Mentre nel mondo dominavano il glitter di David Bowie e le zeppe dei New York Dolls, al 315 l’androginia non attecchì mai. Lo stile “ragazzo di strada” — T-shirt strappate e jeans consunti — ebbe origine con Richard Hell e con i Ramones. Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy debuttarono nell’agosto del 1974. Nel libro si ricorda ironicamente che la prima volta che tentarono di imbastire un set, la rottura di una corda e l’assoluta incapacità tecnica li costrinsero ad abbandonare la scena dopo appena due minuti, proprio perché non avevano i soldi per permettersi i ricambi.
In quel medesimo e ribollente 1974 apparvero anche i Blondie di Debbie Harry e Chris Stein (inizialmente noti come Stilettos). Proprio all’inizio di ottobre di quell’anno, Chris Frantz dei Talking Heads mise piede nel club per la prima volta. Nel retrobottega sentì il rumore di una partita di biliardo e notò un musicista dall’abbigliamento a dir poco appariscente: un completo argentato in pelle di squalo, camicia nera, cravatta viola e grandi occhiali da sole alla Elvis. Sentendolo parlare con un forte accento ispanico, Frantz gli chiese se ci fosse un concerto quella sera. Il tizio rispose: “Non stasera, ma torna nel fine settimana e ci saranno i Ramones”. Frantz pensò subito: “Oh, wow. Una band spagnola!”, scoprendo solo in seguito che si trattava proprio di Dee Dee. Poco tempo dopo, avrebbe sentito il quartetto scandire sul palco il leggendario “one-two-three-four”.
Tuttavia, l’impatto sonoro di quelle band doveva fare i conti con la realtà fisica del locale, dove l’igiene era semplicemente brutale. L’anarchia regnava ovunque: dai bagni privi di porte — diventati celebri per le “classifiche del sesso” redatte dalle clienti sui musicisti — fino al soffitto, da cui colavano le infiltrazioni di urina del Palace Hotel che costarono a Willy DeVille memorabili scosse elettriche al microfono. Incredibilmente, in questa totale assenza di comfort prosperava una fauna bizzarra. C’era il gatto Fluffy, un vero animale rock’n’roll che dormiva sopra le casse a pieno volume prima che i sensori antifurto lo costringessero a traslocare, e c’era Jonathan, il Saluki di Hilly Kristal. Questo cane non solo costringeva lo staff a gimcane continue tra i tavoli, ma era il vero punto debole del club: quando fu investito da un’auto durante un concerto di Patti Smith, la musica si fermò all’istante e il pubblico svuotò la sala, unito nel fiato sospeso finché non si capì che Jonathan era fuori pericolo.
Dopotutto, l’arrivo di Patti Smith (accompagnata da Lenny Kaye e Richard Sohl) diede al club la credibilità necessaria ad attirare la stampa internazionale; Hilly la considerava la “prima punk” per il suo atteggiamento sciamanico. Contemporaneamente, i Talking Heads portavano una sensibilità intellettuale, affinando uno stile alieno senza interferenze da parte dell’industria discografica. Persino i Police di Sting passarono di qui, suonando “Roxanne” davanti a soli dieci spettatori. In questo contesto ogni eccesso era permesso: dalle provocazioni elettroniche dei Suicide (Alan Vega e Martin Rev) alle liti furibonde di Wayne (Jayne) County. Cosmo Ohms ricorda persino rituali di magia nera che riempirono il locale di fumo, spingendo Hilly a lanciare secchiate d’acqua sulle assi del palco.
Con il passare degli anni, quel palcoscenico divenne il teatro di provocazioni sempre più estreme. I Plasmatics di Wendy O. Williams avrebbero portato la follia al culmine con motoseghe ed esplosioni d’auto, mentre la scena si induriva ulteriormente negli anni Ottanta con l’hardcore di Bad Brains e Murphy’s Law. Nonostante i decibel e i volumi folli dei Dead Boys (con Stiv Bators che si “impiccava” in scena col cavo del microfono, distruggendo l’attrezzatura e urinando persino nel cappello del manager Merv), c’era sempre il chili caldo di Karen Kristal a sfamare le band indigenti. Per molti musicisti, quel pasto economico e premuroso è stato per anni l’unica cosa calda nello stomaco.
Leggere queste testimonianze oggi, sapendo che al posto del club sorge una boutique di alta moda (Varvatos) che conserva cimeli storici per “fessi in pellegrinaggio”, lascia una profonda nostalgia. Tuttavia, il CBGB rimane l’unico posto al mondo dove le leggende sono cresciute libere. Quando il 18 marzo 2002 i Ramones e i Talking Heads entrarono nella Rock and Roll Hall of Fame (alla presenza di amici intimi e sotto l’ala di Lou Reed e Iggy Pop), vollero Hilly Kristal sul palco insieme a loro per esprimergli gratitudine pubblica: un grazie eterno a chi ebbe il coraggio di dire: “Suona la tua musica, non importa quanto sembra assurda o quanto fa schifo il posto in cui la stai suonando”.
La lunga favola del club si è interrotta definitivamente il 15 ottobre 2006, quando il locale è stato costretto a chiudere i battenti dopo logoranti battaglie legali per l’affitto. E in un perfetto cerchio della storia, l’ultimo storico set in assoluto sopra quel palco è stato suonato proprio dal Patti Smith Group, sigillando per sempre la leggenda del 315 di Bowery e lasciando alla storia tutti i musicisti che lo hanno reso il baluardo della controcultura musicale dell’epoca.

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